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Mario Gaglione,

Per il diplomatico angioino-pontificio di S. Chiara, di S. Maria Maddalena e di S. Maria Egiziaca in Napoli

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La bolla Ex Clementi Sedis (1732).

01L’anonimo biografo del ms. Cors. 1385 della Biblioteca Corsiniana di Roma delineando, per il vero piuttosto genericamente, la personalità del cardinale Lorenzo Corsini (1652-1740), poi salito al soglio di Pietro il 16 luglio del 1730 con il nome di Clemente XII, scriveva:

« Era ornato di molte virtù, specialmente della liberalità, della candidezza, e della giustizia, amante degli uomini dabbene senza bacchettoneria. Per desiderio di difender gl’oppressi talvolta s’impegnava troppo per chi poco meritava. Tenace della propria oppinione. Indefesso nelle udienze, nemico dell’adulazione, ma suscettibile delle carezze, e di certe arti, di cui la sua sincerità non gli lasciava scuoprire la finzione. Era di ottima comprensione, e discernimento, ma non molto versato nelle scienze. Amava il gioco per divertimento, specialmente quello degli scacchi, in cui aveva pochi eguali, e meno superiori1 ».

02Attanagliato dai gravi problemi politici e finanziari dello Stato pontificio, Clemente XII poté conseguentemente occuparsi ben poco di questioni religiose, guadagnandosi così, in definitiva, oltre che qualche salace pasquinata, un lapidario quanto recente giudizio di “papa di transizione”2. Tutto ciò nonostante, l’ormai ottuagenario e infermo papa Corsini, già in precedenza benefattore dell’Ordine dei Minori nelle vesti di cardinale protettore succeduto in tale ufficio, nel 1720, al cardinale Lorenzo Casoni (1645-1720)3, non mancò di occuparsene ancora, pur divenuto pontefice.

03Notevoli cure egli adibì, in particolare, a favore del monastero femminile e del convento napoletano di S. Chiara, fondato da re Roberto d’Angiò (1278-1343) e da Sancia d’Aragona-Maiorca (1285-1286)4, cure culminate poi nell’adozione di un importante provvedimento che costituisce, in effetti, l’atto di solenne ricapitolazione della storia e dei privilegi dell’antico monastero5. Si tratta della bolla Ex Clementi Sedis Apostolicae provisione data a Roma, in S. Maria Maggiore, il 5 di luglio del 1732, inedita ma certamente non ignota6, il cui contenuto, come nel caso di altri documenti, è stato riassunto dal benemerito storico del monastero napoletano, padre Benedetto Spila da Subiaco O. F. M. (1846-1928)7 sulla base di una copia legalizzata dell’atto, conservata ai suoi tempi nell’archivio monasteriale8. Non è allo stato possibile stabilire con precisione a quale esemplare si sia in effetti attenuto lo Spila, comunque resta, ancora ai giorni nostri, una copia redatta dal notaio Gioacchino Servillo nella curia del notaio Gregorio Servillo, il 13 ottobre del 1734, e tratta dalla bolla originale conservata a quell’epoca nell’archivio del monastero9, altresì munita di regio Exequatur10, ed alla quale faremo appunto riferimento nel presente studio.

04La bolla clementina asseverava anzitutto che il monastero femminile era:

« Nobis [al pontefice] et Sedi Apostolice immediate subiectum et a quacumque Ordinarii loci iurisdictione penitus immune et exemptum, Monasterium regium nuncupatur ».

05e, cioè, sottoposto direttamente alla giurisdizione della Santa Sede, e, dunque, sottratto a quella dell’Ordinario diocesano11. Non è tuttavia noto, sempre allo stato delle evidenze documentali, in virtù di quale specifico e precedente provvedimento pontificio il monastero avesse beneficiato di tale esenzione. Può solo genericamente riportarsi tale atto a prima del 25 marzo del 1324, data di una bolla di papa Giovanni XXII (1249-1334) nella cui formula di indirizzo, menzionando la badessa e le monache di S. Chiara, si precisava appunto che il monastero già a quella data dipendeva direttamente dalla Santa Sede e non soggiaceva alla giurisdizione arcivescovile, e, verosimilmente, a qualche anno dopo il 131612. Solenni provvedimenti della specie sono meglio noti invece per le altre fondazioni della regina Sancia, ovviamente su petitio della stessa, come nel caso della bolla del 27 novembre del 1343 di papa Clemente VI (1291-1352), il quale, previo consenso dell’arcivescovo di Napoli, Giovanni Orsini13 (1328-1358), e del capitolo cattedrale, aveva concesso alle monache di S. Maria Egiziaca l’esenzione dalla giurisdizione, dominio e potestà ordinaria dell’arcivescovo, rendendole immediatamente soggette alla Santa Sede14, ed in quello, analogo ma di qualche tempo precedente, a favore del monastero di S. Maria Maddalena, del 14 maggio del 134115.

06La bolla Ex Clementi Sedis continuava ripercorrendo, per così dire, gli eventi di maggior rilievo della storia monasteriale. La fondazione, anzitutto, ad opera, come anticipato, di Roberto d’Angiò e di Sancia, la costruzione delle due chiese, esterna ed interna, del coro, del monastero di clausura, delle celle, degli atrii, dei chiostri e giardini e delle altre officine necessarie, nelle quali opere i sovrani avrebbero profuso la considerevole somma di oltre un milione di ducati del Regno o di scudi romani (pro edificiisdecies centenis millibus et ultra) secondo una valutazione aggiornata al tempo della stessa bolla16, per poter così accogliere originariamente 200 clarisse e le loro servienti, ed un certo numero di frati Minori deputati alla celebrazione dei divini uffici nella chiesa esterna nonché alla somministrazione dei sacramenti alle monache, provvedendo, infine, alla congrua dotazione patrimoniale con beni regali e feudali che assicurassero una rendita idonea al sostentamento della numerosa comunità, come a suo tempo prescritto da papa Giovanni XXII.

07La bolla ricordava poi il lascito, da parte di re Roberto, alla badessa pro tempore, delle sue insegne regali, costituite da corona, sceptrum, paludamentum et sigillum, perché la stessa le utilizzasse in solemnibus functionibus, e la collocazione, nel monastero, dei Supremi Tribunali, accennando altresì all’istituzione del Sacrum Consilium S. Clarae da parte di re Alfonso d’Aragona (1396-1458), organo che avrebbe mantenuto quella denominazione anche una volta trasferito altrove.

08La bolla proseguiva precisando altresì che la chiesa esterna era di juspatronato regio, e destinata alle celebrazioni delle funzioni regali, nonché alla sepoltura dei sovrani, nominando i principali personaggi che vi erano stati seppelliti, e cioè re Roberto, il figlio Carlo, duca di Calabria, sua moglie Maria di Valois, Maria d’Angiò, figlia appunto di Carlo e di Maria, Maria d’Angiò-Durazzo, Ludovico d’Angiò-Durazzo, figlio della predetta Maria e di Carlo, duca di Durazzo, Maria, imperatrice di Costantinopoli, ed, infine, Agnese e Clemenza d’Angiò-Durazzo17.

09Seguiva poi l’elencazione dei privilegi, spirituali e materiali, concessi al monastero.

10Nella chiesa esterna, anzitutto, erano stati istituiti tre altari, due muniti del privilegio dell’indulgenza plenaria ed uno di quella ad septennium pro defunctis. Vi si teneva poi la processione del Corpus Domini, presieduta dall’arcivescovo di Napoli ostendente il Venerabile, con il concorso dei viceré, e di gran numero di esponenti del clero regolare e secolare, nonché di nobili e cittadini, con la relativa ottava solenne della festa del Corpo di Cristo e della Porziuncola, nella quale tutti i visitatori lucravano l’indulgenza plenaria in perpetuo. Appunto come per la festa della Porziuncola nel santuario assisiate di S. Maria degli Angeli, la stessa non veniva sospesa in caso di Giubileo, ed i frati Minori vi potevano recitare, a preferenza di quello di altri Santi, l’ufficio del Corpo di Cristo, con facoltà di apertura della chiesa esterna, durante le feste, dopo l’ora prima della notte. Quale fondazione regale, S. Chiara era esente dal jus regii sigilli, nonché da altri dazi e imposizioni anche feudali o proprie dei feudi nobili, con sudditi e vassalli, con l’esenzione altresì da imposizioni della Santa Sede o di altri superiori. Beneficiava, infine, dell’immunità ecclesiastica per i cortili, il monastero, la chiesa e le relative mura e porte, fino alla via pubblica, compresa la torre campanaria.

11A questi si aggiungevano indulti e privilegi, grazie e indulgenze concesse specificamente dai pontefici predecessori Giovanni XXII, Clemente VI e Niccolò V (1397-1455), che pure avevano esteso, allo stesso monastero e alle monache, le libertà, esenzioni, immunità e franchigie da decime, collette e contribuzioni che Niccolò IV (1227-1292), Bonifacio VIII (1230-1303) e Gregorio XI (1329-1378), avevano in precedenza consentite più in generale alle Clarisse, con numerosi provvedimenti, alcuni dei quali il re Roberto aveva poi fatto redigere in copia pubblica, da registrarsi e conservarsi nel Regio archivio18.

12A questa lunga premessa faceva appunto seguito, inserto, il testo della bolla di papa Niccolò V, Verae Religionis che il pontefice aveva emesso su petitio delle monache napoletane e di re Alfonso d’Aragona19. Il provvedimento pontificio era dato a Roma in S. Pietro, il 5 dicembre del 1450, e si traduceva in una sorta di Mare magnum omnium privilegiorum di portata locale, recante altresì inserte ben nove bolle pontificie dei sovrani pontefici suoi predecessori. Le monache di S. Chiara avevano infatti richiesto in precedenza al pontefice la conferma di provvedimenti adottati a loro favore da Innocenzo VI (1282-1362), Giovanni XXII e Gregorio XI. Si trattava, in particolare, secondo la copia, di « litteras quas in cancellaria vestra diligenter (servantur)». Non sembra però che queste fossero già conservate nell’archivio del monastero napoletano, almeno all’epoca di papa Niccolò, ma piuttosto che fossero state ricercate nell’archivio pontificio, onde la frase dovrebbe leggersi piuttosto come « litteras quas in cancellaria nostra», con riferimento dunque appunto alla Cancelleria apostolica e al connesso archivio. Il pontefice, aderendo quindi alla petitio delle monache, fece trascrivere le bolle di seguito, dichiarando di inserirle nella Verae religionis « pro majore juris vestri [delle monache] conservatione ».

13La prima bolla era la Tenorem quarumdam di papa Innocenzo VI, data ad Avignone il 10 maggio del 1357, indirizzata alla badessa ed alle monache di S. Chiara in Napoli, ad perpetuam rei memoriam, e recante la trascrizione di una precedente bolla tratta dal pertinente registro di papa Clemente VI, data ad Avignone il 19 marzo del 1348, altresì con incipit Tenorem quarumdam, che, su richiesta dell’abbadessa e delle monache del monastero francese di Notre-Dame des Anges di Les Casses, in diocesi di Saint-Papoul (Aude, Linguadoca-Rossiglione)20, recava inserta la trascrizione di una bolla ancora precedente di papa Bonifacio VIII, la In sinu Sedis apostolicae21, del 5 aprile del 1298, indirizzata a tutti i monasteri dell’Ordine di S. Chiara, che, richiamando la regola urbaniana del 18 ottobre del 126322, riassunte le norme riguardanti il controllo, anche spirituale, delle monache, affidato al cardinale protettore, ai visitatori ed agli incaricati della cura monialium, in considerazione del legame di carità esistente con l’Ordine dei frati Minori, estendeva alle Clarisse tutte le esenzioni, privilegi, immunità, libertà ed indulgenze presenti e future delle quali già godeva, ed avrebbe in seguito goduto, l’Ordine dei frati Minori. La bolla bonifaciana rientrava appunto tra quelle delle quali re Roberto aveva a suo tempo ordinato di trarre copia autentica23. Seguivano poi altre quattro bolle dello stesso papa Innocenzo VI, la prima indirizzata alle monache del S. Corpo di Cristo (S. Chiara di Napoli)24, con incipit Solet annuere, data ad Avignone, il 12 ottobre del 1355, con la quale il pontefice acconsentiva a confermare tutte le libertà e immunità già concesse al monastero dai pontefici suoi predecessori, nonché i privilegi e le indulgenze, le libertà, esenzioni da esazioni secolari imposte da re, principi ed altri potentati cristiani (secolari)25. Seguiva la Devotionis vestre precibus, sempre specificamente indirizzata alle monache del S. Corpo di Cristo di Napoli, data a Villanova, in diocesi di Avignone (Villeneuve-lès-Avignon), il 3 agosto del 1362, che consentiva al monastero l’acquisizione dei beni mobili ed immobili delle sorores e delle converse che fossero alle stesse pervenuti legittimamente per successione o ad altro legittimo titolo, dopo la professione dei voti26, ed, ancora, la Devotionis vestre meritis, indirizzata alle monache del S. Corpo di Cristo di Napoli, e data altresì a Villanova, in diocesi di Avignone, il 3 agosto del 1354, che richiamava e confermava, sia pure genericamente, un precedente provvedimento di Giovanni XXII per S. Chiara adottato su richiesta dell’ormai defunta Sancia, « pro parte dive memorie Sancie regine Sicilie », con il quale venivano concesse, alle sorores ed ai visitatori della chiesa esterna del monastero, le indulgenze previste per l’Ordine di s. Chiara27, ed, infine, la Apostolice sedis benignitas che richiamava e confermava, sia pur genericamente, verosimilmente la bolla Laudabilis sacra religio del 129628 di Bonifacio VIII a favore di tutti i monasteri dell’Ordine di s. Chiara, con il quale era stata stabilita l’estensione dei privilegi, libertà, immunità e indulgenze presenti e future dell’Ordine di s. Francesco ai monasteri dell’Ordine di s. Chiara, e li confermava su richiesta della badessa e delle monache di S. Chiara in Napoli, data ancora una volta a Villanova, in diocesi di Avignone, e sempre il 3 agosto 1354. Seguiva poi una bolla di Giovanni XXII, che, secondo la nostra copia sarebbe stata data ad Avignone alle idi di aprile dell’anno ottavo del pontificato di Giovanni, e dunque il 13 aprile del 1324, ma che deve essere più correttamente identificata con la già menzionata bolla del 1° aprile di quell’anno, indirizzata a Sancia con incipit Clarae tuae celsitudinis meritis, recante la concessione alle sorelle ed ai visitatori della chiesa esterna del monastero delle stesse indulgenze già spettanti all’Ordine di s. Francesco e di s. Chiara29, nonché altra dallo stesso pontefice diretta alle monache del S. Corpo di Cristo, con incipit Sacra vestra religio, data ad Avignone, l’8 ottobre del 1320 (octavo idus octobris anno quinto) ma da riportare al 24 settembre dell’anno per la verosimile confusione, nella quale incorse il copista, tra le idi e le calende d’ottobre, e concernente l’esenzione dalla prestazione di decime sulle loro possessiones o su altri beni presenti e futuri ; dal pagamento delle procurationes a favore di ordinari diocesani, legati e nunzi della Sede Apostolica, nonché dalla corresponsione di taglie e collette, pedaggi, telonei ed altre esazioni eventualmente imposte anche da re, principi, e da altre persone secolari30, ed, infine, la bolla di papa Gregorio XI (1329-1378) indirizzata alle monache del S. Corpo di Cristo con incipit Solet annuere, data ad Avignone l’8 giugno del 1372, che richiama genericamente i precedenti provvedimenti pontifici in materia, confermando libertà, immunità, privilegi, indulgenze, esenzioni dalle esazioni secolari da parte di re, principi ed altri cristiani già oggetto delle concessioni pontificie a beneficio del monastero.

14La bolla si conchiudeva con l’accenno ai provvedimenti pontifici più recenti31, e, subito dopo l’encomiastica menzione della badessa Beatrice Filomarino (1730-1733) in coelo uti luminare majus affulgens, e delle moniales sibi subditae uti totidem stellas, papa Clemente precisava che egli disponeva e confermava i predetti provvedimenti de plenitudine Apostolicae potestatis, motu proprio e non su petitio delle stesse monache, che aveva sempre tutelato fin dall’assunzione del protettorato dell’Ordine e che si riprometteva ancora di salvaguardare32. Le sollevava, infine, da censure o interdetti, e confermava ancora una volta la bolla di papa Niccolò, ribadendo la più ampia immunità ed esenzione da ogni decima o imposizione anche se stabilita per la difesa dai turchi e per la fabbrica di S. Pietro, nonché da sussidi a richiesta di signori laici, e dichiarava altresì non modificabile o impugnabile in alcun modo il provvedimento.

Le dotazioni patrimoniali dei monasteri francesi e di quelli napoletani di S. Maria Maddalena e di S. Maria Egiziaca.

15Come si è appena osservato, dunque, la bolla clementina del 1732, pur richiamando genericamente l’autentica di re Roberto del 1342, riproduceva integralmente il testo della In sinu Sedis apostolicae del 1298, già oggetto della stessa autentica, come però inserto nella Tenorem quarumdam di Clemente VI del 1348, a sua volta inserta nella Tenorem quarumdam di papa Innocenzo VI del 1357, e quindi nella Verae religionis del 1450, e accennava genericamente alla Laudabilis sacra religio del 1296, altresì rientrante nella predetta autentica, come menzionata però nella Apostolice sedis benignitas del 1354, ancora una volta inserta nella Verae religionis del 1450, che invece non recava alcuno specifico accenno all’autentica disposta dal sovrano angioino.

16Da tale silenzio non possono comunque trarsi, evidentemente, sicure deduzioni in ordine all’eventuale materiale mancanza di quest’atto nell’archivio del monastero napoletano all’epoca di Niccolò V.

17Come si è altresì già avuto modo di rilevare in una precedente occasione di studio papa Benedetto XII (1335-1342), con la bolla Benigne receptis del 20 febbraio 133733, aveva ricondotto lo statuto monasteriale di S. Chiara34 alla regolarità canonica, almeno nella prospettiva delle Ordinationes dallo stesso dettate nel 133635. L’autentica delle bolle pontificie potrebbe dunque essere stata disposta da re Roberto nel 1342 per riaffermare, sulla base dei provvedimenti pontifici generali a beneficio di tutto l’Ordine di s. Chiara, l’esenzione del monastero napoletano dal pagamento delle decime e di altri oneri ai prelati locali, e ciò soprattutto in vista del successivo e cospicuo atto di dotazione patrimoniale di S. Chiara disposto da Sancia il 16 ottobre del 134236, considerando che i privilegi più specificamente concessi al monastero napoletano già da papa Giovanni XXII, ed, in particolare, quelli esentivi sanciti dalle bolle Laudabilis sacra religio del primo di marzo del 131837 e dalla già menzionata Sacra vestra religio del 24 settembre 132038, come osservato, non erano stati, tra gli altri, confermati dalla menzionata Benigne receptis del 1337.

18La donazione del 1342 a favore di S. Chiara non costituiva, in ogni caso, un atto isolato, ma si inquadrava nel laborioso progetto di Sancia, avviato già negli anni ’30 del Trecento, e volto appunto ad assicurare la congrua dotazione patrimoniale delle sue fondazioni monastiche francesi e delle tre fondazioni napoletane di S. Chiara, anzitutto, di S. Maria Maddalena e di S. Maria Egiziaca39.

19Limitandoci ad accennare agli atti di maggior rilievo, nel periodo tra il 1337 e il 1339 la sovrana assegnò 5.000 once per la costituzione del patrimonio dei monasteri dedicati a S. Chiara nelle città di Marsiglia, Arles, Avignone, Manosque e Sisteron40. Nel caso di S. Chiara di Arles, in particolare, agli inizi del 1339, la moglie di re Roberto si raccomandò particolarmente a Gasbert de Valle (1297-1347), arcivescovo della città, perché non pretendesse il pagamento delle decime sui beni immobili costituenti la dotazione patrimoniale di quel monastero, beni acquistati appunto grazie alle “elemosine” della regina41, a conferma della ricorrente preoccupazione di tenere indenni da gravami fiscali i patrimoni monasteriali e i loro frutti.

20Il 2 settembre del 1343, con atto confermato poi da Clemente VI con la bolla Personam tuam del 21 novembre di quello stesso anno su petitio di Sancia, la regina Giovanna I d’Angiò (1326-1382), nipote di re Roberto, consentì agli esecutori testamentari della vedova del sovrano, una volta che questa avesse pronunciato i voti monastici, di continuare nel possesso delle terre e nell’esercizio dei diritti a lei spettanti al fine di percepirne i redditi, impiegandoli poi in esecuzione del suo testamento, ed, in particolare, nella dotazione dei monasteri da lei fondati ma non ancora integralmente dotati, ed in altre opere pie42. Lo stesso pontefice, con bolla Sincerae devotionis affectus del 14 dicembre del 1344, e sempre su richiesta di Sancia, confermò ed approvò poi l’atto del precedente 18 gennaio dello stesso anno, contenente le « dispositiones circa suorum bonorum administrationem »43. Con quest’ultimo, la vedova di re Roberto affidava ai nipoti Carlo d’Angiò, duca di Durazzo e signore dell’Onore di Monte S. Angelo (1323-1348) e Ludovico d’Angiò-Durazzo (1324-1362), e alla loro madre Agnese de Talleyrand-Perigord, duchessa di Durazzo (nata dopo il 1298, morta dopo l’agosto del 1343, e più probabilmente nel 1345), la supervisione dell’amministrazione del suo patrimonio. Gli altri personaggi designati nell’atto con questo stesso incarico erano : Filippo di Cabassoles (1305-1372), vescovo di Cavaillon, Goffredo di Marzano (1305-1381), conte di Squillace e ammiraglio del Regno, entrambi altresì membri del consiglio di reggenza, Ugo del Balzo (†1351), terzo conte di Avellino, siniscalco di Provenza, Adenolfo Cumano (documentato dal 1321, †1346 o 1347)44, vice-protonotaro del Regno, Roberto de Poncy (de Ponciaco o Pontiaco), reggente della Curia della Vicaria, ed i professori di diritto civile Egidio di Bevagna, Guglielmo di S. Pietro da Randazzo, Bartolomeo de Bisento e Giovanni d’Ariano, militi e maestri razionali45. A fra Guglielmo, vescovo di Scala (1342-†1349), ed a fra Roberto di Mileto, altresì deputati quali custodi dei sigilli di Sancia, era infine conferita la facoltà di scegliere due o più ragguardevoli personaggi, come procuratori ed amministratori di tutti i beni mobili ed immobili, feudali e burgensatici, nonché dei diritti e delle azioni spettanti alla sovrana46.

21Sempre lo stesso giorno, papa Clemente emise anche altre otto bolle a beneficio di Sancia e di Giovanna47. Dal registro delle suppliche rivolte a quel pontefice risulta, in particolare, che Sancia, tra l’altro, aveva richiesto al papa di estendere a S. Maria Maddalena, a S. Chiara e al monastero della Natività di Cristo ad Aix, gli stessi privilegi già concessi al monastero napoletano di S. Maria Egiziaca, ed a tal riguardo il papa stesso aveva ritenuto di annotare:

« Fiat, proviso quod de non solvendo decimas nichil novi concedatur quia multum conqueritur capitulum Aquense »48,

22a conferma, ancora una volta, del fatto che l’esenzione degli Ordini mendicanti dalla corresponsione delle decime era grave motivo di controversia con il clero secolare locale, e che, evidentemente, erano ben note al pontefice le pretese della vedova di Roberto in questa materia.

23Nel gennaio del 1344, infine, furono stipulati gli atti di dotazione dei monasteri napoletani di S. Maria Maddalena e di S. Maria Egiziaca. Per quanto riguarda S. Maria Maddalena anzitutto, un primo atto ebbe ad oggetto la donazione di una parte del bosco di Selva Mala rientrante nel castrum Ottajani, già devoluto alla corona per la morte dell’ultima feudataria Masella (Tommasella) di Sus nel 133449, e che era pervenuto a Sancia quello stesso anno per disposizione di re Roberto50. L’atto relativo alla donazione al monastero napoletano fu ricevuto da notar Giovanni Carocello, alla presenza di Sancia e del procuratore ed economo del monastero stesso, l’abate Francesco de Arcellis (o Arcella51), in forza di procura rilasciatagli dalla badessa Sabella e dalle monache il precedente 14 gennaio, affinché si recasse appunto ad pedes di Sancia per riceverne l’oblationem necessaria pro substentatione. Quest’atto fu poi riassunto con le debite solennità il 22 giugno 1354 sempre per notar Giovanni Carocello (e cfr., in appendice al presente saggio, i regesti nn. 152 e 253), che, appunto in quell’occasione, dichiarò anche di aver già ricevuto atti di analogo contenuto a favore dei monasteri di S. Maria Egiziaca e di S. Chiara, con attribuzione di ciascuna delle parti pro indiviso, e, dunque, in comunione54.

24Un secondo atto di donazione ebbe invece ad oggetto beni stabili in Napoli, Aversa e vicinanze, e che ricomprendevano Campodonico-Frignano, il casale di Casapascale, Quatrapane, Casaluce, Parete, Centola, Gualdo, Casolla Valenzana, Marano, Mugnano, S. Arpino-S. Elpidio, Frattamaggiore, Ponticelli, Rio de Selice, e fu ricevuto il 17 gennaio 1344 sempre dal notar Carocello, presenti la sovrana e il procuratore ed economo del monastero di S. Maria Maddalena, l’abate de Arcellis, sempre in forza della menzionata procura del 14 gennaio55.

25Per S. Maria Egiziaca, invece, già il 19 novembre del 1342, nelle case di Facio Bonifacio a Campagnano in Napoli, Giovanni d’Ariano secretarius reginalis nella veste di giudice a contratto, e il notaio Giacomo Quaranta, avevano redatto lo scriptum publicum di fondazione in presenza della regina Sancia56. È da notare che entrambi, nelle rispettive funzioni, avevano anche già ricevuto l’atto di donazione per S. Chiara del 16 ottobre del 134257, e, in particolare, che Giovanni di Ariano, segretario reginale, comparve tra i testi della più volte menzionata autentica robertina.

26In quest’atto del novembre 1342, relativo come si è detto a S. Maria Egiziaca, Sancia affermava dunque di aver accolto nelle predette case, già possedute dal defunto Facio per circa settant’anni, alcune mulieres penitentie. Accennava poi alla sua intenzione di fondare, per dar loro definitiva dimora, un monastero dedicato a S. Maria Egiziaca e di dotarlo, e che, nelle more, i suoi esecutori avrebbero dovuto provvedere al sostentamento delle stesse monache (de victu et aliis necessariis) utilizzando i frutti dei suoi beni. Quest’ultima disposizione, in particolare, lascerebbe intendere che già prima delle solenni « dispositiones circa suorum bonorum administrationem» del 1344, cui si è già accennato, la sovrana avesse disciplinato l’amministrazione del proprio patrimonio anche in funzione del programma di dotazione dei monasteri, adottando uno o più provvedimenti in tal senso, allo stato però non meglio noti. L’atto continuava con l’accenno anche all’autorizzazione dell’arcivescovo Giovanni, nonché all’avvenuta posa della prima pietra (immisso primario lapide) dell’edificio in presenza appunto della sovrana, dell’arcivescovo stesso e dei testi. La fondazione era stabilita alle seguenti condizioni, e cioè, in particolare, la piena libertà ed esenzione dalla giurisdizione dell’arcivescovo e del capitolo cattedrale, la riserva dello jus patronato alla sovrana e ai suoi successori, la fissazione del limite di 50 monache da accogliere in clausura ibidem in paupertate secundum regulam Beati Augustini. Poiché però già ve ne erano congregate oltre 60, Sancia stabiliva anche che non ne venissero ricevute altre fino alla riduzione del loro numero. Ancora, veniva stabilita la dotazione, in conformità alle prescrizioni impartite dall’arcivescovo, di beni stabili fruttiferi del reddito annuo di 150 once, con onere, posto a carico delle monache, di prestare gli alimenti anche a cappellani, poveri e servienti (cappellanis, pauperibus et aliis servientibus). L’atto era infine sottoscritto dal notaio Giacomo Quaranta, e, inoltre, da Bartolomeo de Bisento, ricordato tra gli administratores di Sancia, Costanzo de Cava miles e tesoriere reginale, Bernardo di S. Flaviano miles e giudice dell’ospizio reginale, Lorenzo di Cava, tesoriere reginale, Giovanni de Rhodia di Squillace, tesoriere reginale, Giovanni Orsini, arcivescovo di Napoli, Maynerio (1342-1366), abate di Cava, Ruggero Capitignano Taurisano (1334-1348), arcivescovo di Taranto, Giovanni Gallus, Gasso de Denicy, conte di Terlizzi, Guglielmo de Sabran58 (post 1310-†1353), conte di Ariano, Adenolfo Cumano, e, infine, da Andrea de Grotta59.

27A questo, il 17 gennaio 1344 seguì un atto di dotazione, nel quale si costituirono Nicola Setario di Salerno, reginalis cancellariae notarius, quale giudice a contratto, Giovanni Carratellus (Carocello) di Napoli, notaio, presenti i testi Roberto de Poncy, reggente della Curia della Vicaria e professore di diritto civile, che era tra gli administratores di Sancia, Egidio di Bevagna, anch’egli tra gli administratores della sovrana, Guglielmo di San Pietro de Randatio, sempre administrator di Sancia, Matteo della Porta, professore di diritto civile e magne reginalis curie magister rationalis, Adenolfo Cumano di Napoli, professore di diritto civile e vice-protonotaro del Regno, sempre tra gli administratores di Sancia, Giovanni de Turre di Chieti60, giudice della Grande Corte d’appello, Pietro de Cama, Giovanni Setario, professore di diritto civile, Giovanni Camula, giudice della Corte della Vicaria, e Giovanni Filippo di S. Croce da Monopoli. L’atto di dotazione fu formalizzato dai predetti nel Castelnuovo di Napoli, alla presenza di Sancia e dell’abate Francesco de Arcellis di Napoli, procuratore ed economo di S. Maria Egiziaca in virtù di procura del 14 gennaio 1344, per atto pubblico ricevuto da Andrea Zanczalis, giudice a contratto, e da Roberto Martello di Napoli, notaio, ante crates dominarum del monastero, ove, al suono della campanella, si erano congregate la badessa Maria e l’intero convento, per nominare appunto il procuratore affinché recipiat oblationem di Sancia, testi Giacomo di Pontecorvo presbyter, il già menzionato notaio Giacomo Quaranta di Napoli, il medico Matteo de Laurentio, e Nicola Feruto o Ferulo di Napoli. Sancia donò « in pecunia liliatorum argenti boni et justi ponderis sexaginta pro untia qualibet computatis untiarum triamillia», e cioè 3.000 once di gigliati d’argento, computando 60 gigliati per oncia, per complessivi 180.000 gigliati, per l’acquisto di beni immobili il cui reddito sarebbe stato poi destinato al sostentamento delle monache. Le once di gigliati d’argento furono materialmente depositate nella sacrestia dei frati Minori di S. Chiara a cura dei tesorieri reginali Giovanni de Rhodia di Squillace e Lorenzo di Cava, in una distinta cassa lignea (singula cassea lignea semotim et per se), mentre in altra cassa lignea (in quadam alia cassa) erano già state depositate altre 5.000 once, verosimilmente sempre di gigliati d’argento61, destinate però all’acquisto dei beni della dotazione patrimoniale di S. Maria Maddalena, con la consegna della relativa chiave sempre al de Arcellis62.

28Sancia, in realtà, fin dal 1337 aveva già dettato per i suoi monasteri francesi appositi Capitula, circa l’attività dei procuratores ad emendum possessiones, dalla stessa nominati per ciascuna fondazione, prevedendo altresì la possibilità di avocazione delle loro funzioni in materia acquisti immobiliari, da parte di commissioni formate dalla badessa e da quattro sorelle discrete, con l’ausilio di due o tre probiviri, del guardiano o del suo vicario, e del confessore. Il denaro oblato o elemosinato da Sancia doveva essere conservato presso ciascun monastero in una cassa (pecunia vero in loco tuto et securo teneatur, in una cassia). Nel caso di estrazione del danaro dalle casse per il pagamento del prezzo degli immobili acquistati, la sovrana aveva infine dettato prescrizioni sulla dettagliata redazione delle cedulae, quali documenti giustificativi dell’estrazione, da conservarsi poi nelle stesse casse63.

29Probabilmente fiduciosa della fedele esecuzione del suo programma da parte dei personaggi ai quali l’aveva affidato, Sancia, entrata nel monastero napoletano di S. Croce di Palazzo il 21 gennaio 1344, emise, infine, la professione religiosa dopo il febbraio del 1345, e, più probabilmente, dopo il maggio dell’anno64.

30Successivamente alla sua morte, occorsa il 28 luglio del 1345, si registrarono però gravi violazioni delle sue disposizioni ed, in particolare, una sistematica sottrazione dei fondi destinati alle sue pie fondazioni e alle opere caritative. Come ebbe modo di osservare già l’egregio Émile-Guillaume Léonard (1891-1961) : « La fin de la vieille souveraine donna le signal d’un veritable pillage », la sua morte diede dunque il segnale di via libera al saccheggio.

31Il 30 luglio del 1345, appena due giorni dopo, infatti, la regina Giovanna, nonostante tutto ancora impegnata nella sua villeggiatura a Quisisana, dispose l’immissione di Roberto d’Angiò-Taranto (1326-1364) e di Carlo d’Angiò-Durazzo nel possesso dei beni, feudali e burgensatici, già spettanti alla defunta sovrana e verosimilmente non assegnati alle fondazioni monastiche, che la nipote di re Roberto aveva già in precedenza promesso loro65. Ma ad avanzar pretese non erano solo i nipoti napoletani, poiché il 25 settembre del 1345, il papa raccomandava agli esecutori, vescovo di Scala e fra Roberto di Mileto, di tener conto anche del re di Maiorca Giacomo III (1315-1349), per quanto sua zia avrebbe potuto lasciargli per testamento e che gli occorreva impellentemente per far fronte alle avversità del momento66. L’assedio di Roberto e, soprattutto, di Carlo era comunque stato teso più ampiamente ai beni della defunta già rientrati nel demanio reale. È nota una lettera di Clemente VI al nuncio pontificio, il cardinale Aimery de Châtelus (1275-1349), con la quale, il 20 settembre del 1345, gli prescriveva appunto di ordinare alla regina la revoca delle alienazioni di beni demaniali67, e, d’altro canto, già in precedenza, lo stesso papa aveva anche lanciato la scomunica sui beneficiari di tali improprie elargizioni68. Il principale indiziato delle appropriazioni era appunto Carlo di Durazzo, che, con supplica del 10 settembre 1345, avrebbe poi chiesto la revoca della scomunica e dell’interdetto nei quali era incorso, impegnandosi a restituire il maltolto entro il termine d’un mese, senza però che dell’effettivo ristoro si abbiano, allo stato delle conoscenze, conferme documentali69. Il papa, in seguito, il 20 agosto 1345 scrisse a Giovanna I e al principe Andrea d’Ungheria (1327-1345), suo consorte, per raccomandar loro la puntuale esecuzione delle ultime volontà di Sancia, la tutela delle persone degli esecutori delle sue disposizioni, e la protezione del monastero di S. Croce, e, nello stesso giorno, incaricò Giovanni Orsini, arcivescovo di Napoli, e Guglielmo Lamy (o Amy, Guillelmus Amici, 1342-1360), vescovo di Chartres, di procedere al recupero dei beni e dei titoli di proprietà dei monasteri dotati, in quanto gli esecutori delle disposizioni di Sancia si erano rapacemente appropriati non solo dei beni ma anche degli atti di compravendita degli immobili destinati alla dotazione patrimoniale70. Il 30 marzo del 1346, il papa fu nuovamente costretto a scrivere a Ruggiero Sanseverino (1338-1347) arcivescovo di Bari, ravvisando peraltro la responsabilità delle sole monache di S. Chiara nella sottrazione dei titoli e del danaro depositato nella sacrestia del monastero napoletano, comprese le casse che li contenevano, ed incaricandolo di recuperare documenti e titoli, di ritrovare altresì il danaro sottratto, e, infine, di esaminare anche le allegazioni difensive prodotte dalle monache71.

32Anche questi interventi, però, sortirono evidentemente modestissimi effetti. D’altro canto, i beni già appartenuti a Sancia avrebbero suscitato ancora in seguito le attenzioni di Ludovico d’Angiò-Taranto (1327 o 1328-†1362), consorte di Giovanna I.

33Il 7 luglio 1349 Giovanna, peraltro previo consenso pontificio, lo aveva insignito del ducato di Calabria. Secondo il Cronicon siculum in quella stessa occasione a Ludovico furono anche attribuite tutte le terre appartenute alla regina Sancia72. C’è il sospetto che nell’oggetto di questa concessione non rientrassero in realtà solo i beni vacanti della moglie di re Roberto, ma anche alcuni di quelli già conferiti alle fondazioni monastiche della defunta sovrana. È noto difatti un passo del Liber ostensor (1356 circa) di Jean de Roquetaillade (1310 ca-1365 ca.), nel quale si afferma appunto che Ludovico d’Angiò-Taranto si sarebbe distinto quale dichiarato persecutore dell’Ordine francescano, concentrando le sue angherie ed i suoi soprusi sul monastero di S. Chiara a Napoli, tanto da ridurlo quasi al nulla73, con un verosimile accenno anche ad un depauperamento del patrimonio di dotazione del monastero stesso.

34L’effettiva consistenza di questo patrimonio a partire dagli anni ‘50 del Trecento, in particolare, è però in definitiva alquanto incerta, almeno allo stato delle ricerche. Alcuni provvedimenti pontifici sembrerebbero da un lato confermare, almeno indirettamente, il suo sostanziale impoverimento in questo periodo, o almeno la sua minore redditività. Da una bolla di papa Innocenzo VI del 3 agosto del 1354 risulta infatti che le monache, affermando di non riuscire più ad assicurare il sostentamento dei frati Minori deputati alla loro cura spirituale a causa della notevole povertà del monastero (propter paupertatem maximam), avevano così richiesto al pontefice di ridurre il numero dei frati a soli venti, con la prescrizione del divieto di appropriarsi delle rendite, oblazioni e beni monasteriali, compresi i proventi della sacrestia, senza il consenso della badessa e della comunità femminile74. Il 5 dicembre del 1371, poi, papa Gregorio XI dovette anche vietare ai frati Minori del convento esistente infra septa del monastero di alloggiare ospiti per la notte, tra l’altro perché sarebbe spettato poi alle monache di sostenere le spese per il loro mantenimento (conventus et moniales gravatae fuerint sumptibus75). In tale ultimo caso, tuttavia, non fu addotta esplicitamente la motivazione della loro contingente povertà.

35Per converso, invece, le già esaminate sei bolle pontificie riprodotte nella Verae Religionis76, ed emesse tra il 1354 e il 1372, sembrerebbero autorizzare a supporre l’esistenza di un patrimonio immobiliare più o meno cospicuo le cui rendite si aveva comunque evidentemente interesse a sottrarre ad ogni imposizione, beneficiando ancora una volta degli ampi privilegi esentivi concessi all’Ordine delle Clarisse.

36In una prospettiva riparatoria potrebbero infine collocarsi le iniziative di Giovanna I volte a promuovere la redazione dei solenni inventari dei patrimoni dei monasteri patrocinati da Sancia, e successivamente, come si è accennato, defraudati dai suoi esecutori, il primo dei quali è quello ben noto redatto proprio per S. Chiara. La giovane sovrana, onde evitare ogni usurpazione ed occupazione dei beni monasteriali, il 6 luglio 1346 dispose infatti che il giudice Bordone Gattola di Gaeta, procuratore generale del monastero, con l’assistenza di notaio e testimoni, facesse esatto inventario di tutti i beni mobili e stabili del monastero stesso, in modo da precostituire piena prova sia in sede giudiziale che stragiudiziale, redigendone tre originali, uno da custodirsi dal procuratore e dai suoi eredi, uno destinato alla badessa di S. Chiara, e l’ultimo dai maestri razionali della gran Corte77.

37Analogamente il 28 aprile del 1364 fu chiuso il verbale dell’inventario dei beni di S. Maria Maddalena redatto a partire dal 4 aprile ad opera del giudice a contratti Davino Maggiore di Aversa e del notaio Nicola Capano, che ne ebbero incarico dalla stessa regina Giovanna per il tramite di Angelo de Turri di Napoli reginalis cancellariae regestrator. La redazione del verbale avvenne alla presenza di Prospero Spinelli di Napoli, procuratore del monastero nominato dalla badessa Cesia de Florentia e dalle monache con atto del 1°aprile del 136478.

REGESTI

1. Napoli, 22 giugno 1354.

38Il 22 giugno 1354, regnanti i Serenissimi re Ludovico e regina Giovanna, nel sesto anno di regno del primo e nel dodicesimo della seconda, correndo la settima indizione, di fronte a Paolo Marogano « de eadem civitate Neapolis per Provincia Terre Laboris et Comitatus Molisii, utriusque Principatus, utriusque Aprutii, Capitinate et Basilicate ac totius ducatus Calabriae reginali auctoritate ad contractus iudex », ed a Giovanni Carocello di Napoli « ubique per regnum Sicilie publicus regia auctoritate notarius », presenti i testimoni, i maestri razionali della Magna Curia del re e della regina, Matteo della Porta di Salerno, professore di diritto civile, e Guglielmo (di S. Pietro) de Randatio milite, nonché di Giovanni Setario di Salerno, professore di diritto civile, giudice della Corte della Vicaria del Regno di Sicilia, a ciò richiesti dal Reggente e dai giudici della stessa Corte della Vicaria.

39Paolo Marogano e Giovanni Carocello dichiararono : « quasdam recepimus litteras in carta papirea scriptas nobis Judici et Notario supradictis directas, sigillo magno Justicie quo dicta Curia Vicaria utitur in cera rubea sigillatas ». Segue la trascrizione di tali litteras formate da Pietro de Chyarliaco miles « Regii hospitii senescallus et Magnae Curiae Vicariae Regni Regens », e dai giudici della Vicaria « ad infrascriptas…delegati », i quali, a loro volta, affermavano che il giorno 2 aprile « proximi preteriti huius septime indictionis » (e dunque dell’anno 1354), furono loro presentate le « litteras dicte Sacre Regie et Reginalis Maiestatis ipsius, utriusque Maiestatis sigillis pendentibus communiter continentes », delle quali segue la trascrizione (ff. 1v°-5v°).

40Con queste lettere Ludovico e Giovanna disponevano su petizione della badessa e delle monache del monastero di S. Maria Maddalena. Anzitutto Giovanna dichiarava « predicte quondam Domine Sancie sumus huniversalis heres et in hoc nos principaliter tangimur de donationibus predicti eiusdem » e stabiliva che dalle « scedis, abreviationis et notes extensis manu propria » dal notaio Giovanni Carocello relativamente all’atto di donazione di Sancia del bosco di Selva Mala e di altre terre, presso quello stesso notaio conservate, si traesse pubblico istrumento della donazione a beneficio del monastero di S. Maria Maddalena.

41Seguiva un elenco dei beni immobili donati, ed, in particolare, di alcuni fondi specificamente individuati, tra i quali la medietas pro indiviso di un terreno di 40 moggia nella località detta « a la plana de S. Maria ad Jacobum, ad passum Octaviani iuxta terram judicis Andree Friccie de Ravello, iuxta terram comitisse Celani, viam publicam et alios confines », precisandosi che l’appezzamento fu acquistato da Costantino de Lacca ; ancora, la medietas pro indiviso di altra terra di 40 moggia confinante con le terre della regina, da tre lati con la via pubblica ed altri confini, precisandosi che detta terra era stata « emptam ab heredibus et executoribus quondam judicis Giacomo Punci de Cava » ; ancora la medietas pro indiviso di una terra di 20 moggia nel luogo detto Cerrus domini Orlandi, presso le terre di Tommaso Pagano e Gentile Molentino, la via pubblica ed altri confini ; seguiva poi la descrizione dei confini del bosco di Selva Mala (ma, al riguardo, cfr. il successivo regesto n. 2).

42L’atto era dato a Napoli per Sergio Domini Ursonis (Donnorso), milite, professore di diritto civile, maestro razionale della Gran Corte della Vicaria, vice-protonotaro del Regno, il 20 marzo 1354.

43Il Reggente (fo 5v°) precisava poi di aver citato, in data del 3 aprile, il notaio Carocello per l’esibizione delle schede, e di aver altresì citato a comparire Matteo della Porta, Guglielmo di S. Pietro de Randatio e Giovanni Setario nella loro qualità di « testes qui supervivunt », cioè di unici testimoni superstiti dell’atto di donazione originario da rendere in forma pubblica. La comparizione dei citati avvenne il giorno 22 aprile della VII indizione, presente anche il notaio Pietro Spinczullus o Spinczillus, procuratore del monastero di S. Maria Maddalena, e in tale occasione furono esibite le litteras patentes di Ludovico e Giovanna del 20 marzo 1354, che risultano infatti di seguito nuovamente trascritte nell’atto (ff. 6v-10v). Quale postilla (ff. 10v°-11r°) alla trascrizione delle litteras, si legge : « verum quia ob obitu Sancte Memorie Dominae Sanciae Dei Gratia Hierusalem et Sicilie Regina Spirithe Divino ad dictum monasterium Sancte Marie accensa, eidem monasterio Sancte Marie Magdalene cuius ipsa Domina fundatrix extiterat pro dotatione ipsius Monasterii predictas possessiones et bona gratiose contulit et donavit in testimonio publico, intervenientibus in donatione » con indicazione degli ufficiali riceventi e dei testi, e cioè Nicola Setario di Salerno, giudice a contratto, Giovanni Carocello, pubblico notaio, e dei testimoni Matteo della Porta, Egidio di Bevagna e Guglielmo di Randazzo, cavalieri e maestri razionali della Gran Corte della Vicaria, nonché Giovanni Setario di Salerno, professore di diritto civile e giudice della Corte della Vicaria del Regno. Il testimonium publicum fu debitamente sottoscritto « prout hec et alia in quibusdam scedis, seu abreviationis, seu notis extensis manu propria eiusdem notarii scripti cum solemnitatibus debitis que apud eundem notarium Joannem conservantur ». Si osservò ancora una volta che alcuni testi erano deceduti « antequam publicum instrumentum signatum subscriptum et roboratum, ut decet, in publicam forma fieret », quindi il Reggente stabilì i criteri di redazione, precisando che l’instrumentum avrebbe dovuto redigersi « iuxta tenore scedis, abreviationibus seu note extense » con le sottoscrizioni dei soli superstiti, chiudendo così il suo provvedimento alla data del 18 giugno 1354.

44Al fo 15v° segue la trascrizione del contenuto del protocollo del notaio Carocello relativamente alla donazione. Il verbale trascritto così comincia : « in nomine Domini Jesu Christi anno dominice nativitatis ejusdem millesimo trecentesimo quadragesimo quarto regnante Serenissima Domina Domina Johanna etc., feliciter amen, die septimo decimo mensis januarii XII ind. », Nicola Setario di Salerno, notaio della cancelleria della regina e Giovanni Carocello redigevano l’atto in presenza della regina Sancia e dell’«  honesto viro Abbate Francisco de Arcellis de Neap. procuratore et yconomo religiosarum mulierum Abbatissae et conventus monialium Monasterii Sancte Marie Magdalene de Neapoli ». Segue la trascrizione del « publicum procurathionis et yconomatus instrumentum », con cui il de Arcellis era stato appunto nominato procuratore, il 14 gennaio 1344, presenti Andrea Zanczalis, « iudex civitatis Neapolis ad contractus », Roberto Martello di Napoli « publicus ubilibet per provincias Terre Laboris et Comitatus Molisii ac Principatus citra Serras Montori Regia Auctoritate Notarius », i quali attestavano che « in monasterio Sancte Marie Magdalene de Neapoli, ante gratas in arcum ipsius monasterii, ubi venerabilis Domina Domina soror Sabella humilis abbatissa…et monialium ejusdem erant, ad sonum campanelle ». Le monache precisavano che il loro procuratore Francesco de Arcellis doveva conferirsi « ad pedes Reginae » (Sancia) per ricevere « dotathionum et oblationem pro substentatione » delle stesse monache, nonché « aliarum personarum famulantium » nel monastero. La procura era sottoscritta dallo Zanczali, dal notaio Giacomo Quaranta di Napoli (che, come già detto, ricevette la donazione del 1342 per S. Chiara), testi il presbiter Giacomo de Pontecuorvo, Matteo de Laurentio fisicus e Nicola di Monopoli clericus. Segue quindi (al fo 19v° e ss.) il testo della donazione. La regina Sancia, in particolare, premetteva di esser proprietaria in burgensatico del bosco di Selva Mala, nonché di altre terre nelle vicinanze, tutte libere da oneri di servizio feudale, ed alcune censuate. La formula della donazione è la seguente : « monasterium Sancte Marie Magdalene de Neapoli per eam pia et speciali devotione fundatum Divine Charitatis instinctu, Sancia legitime et canonice donavit, refutavit, dedit, cessit, transtulit, obtulit et concessit donationis titulo irrevocabiliter…medietatem pro indiviso subscriptarum terrarum seu possessionum sitarum in prefato nemore Silve Male, cum monasterio Sancte Marie Egiptiacae, nec non tertia parte pro indiviso dicti nemoris ac dictorum censuum et redditum et aliarum possessionum cultarum et incultarum sitarum in eodem nemore, cum dicto monasterio Egyptiacae ac monasterio Sancte Clarae de dicta civitate Neapolis, cui appunto si riferivano « duo alia instrumenta publica confecta ex jure per manus » dello stesso notaio Carocello, ciò perché alle monache ed alle altre persone presenti nel monastero di S. Maria Maddalena « oportuna et debita proveniant alimenta ».

45Il lungo atto si chiudeva con le sottoscrizioni di Giovanni Carocello, che, tra l’altro, provvedeva a dichiarare che ove il testo del suo protocollo « abrasum est, per me predictus notarium non vitio, non dolo nec fraude sed quia sentendo causaliter erravi », ed, ancora, che la trascrizione era avvenuta « de verbo ad verbum » in presenza dei testi superstiti. Paolo Marogano, che pure sottoscriveva, precisava « iudex subscripto contractui me interfuisse non assero sed ipsius contractus notam extensam scriptam fore manu propria dicti Notarii Johannis et inter ejus scripta repertam esse dico atque testificor », seguivano infine le sottoscrizioni dei testi Matteo della Porta e Giovanni Setario, che confermavano la loro presenza all’atto originario. Quale annotazione finale (fo 33r°) si legge « in calce cujus instrumenti legitur videlicet producta ( ?) apud acta Curie Vicarie per notarium Jacobum Jarmone et notarium Petrum Spinczillum, procuratores Domini Petri Bizzoti die septimo (…) ».

2. Napoli, 12 novembre 1345.

46L’atto ha per intitolazione : « Joanna Regina Jerusalem et Sicilie, Ducatus Apulie et Principatus Capue, Province et Forcalqueri ac Pedimontis comitissa, litteras ».

47Su richiesta della vicaria e delle monache di S. Maria Maddalena di Napoli, Ordinis Sancti Augustini, Giovanna fece ricercare e trascrivere le precedenti literas di re Roberto recanti la disposizione di riduzione in burgensatico del bosco di Selva Mala a beneficio della regina Sancia perché lo concedesse poi ai tre monasteri di S. Chiara, S. Maria Egiziaca e, appunto, S. Maria Maddalena.

48Segue la trascrizione del privilegio di Roberto.

49Il sovrano, su istanza appunto di Sancia che « immediate et in capite a Curia nostra tenet castrum Ottajani in Justitiaratu Terre Laboris », riduceva in burgensatico il « totum integrum tenimentum et territorium nemore Silve Male », e stabiliva che in nessun caso potesse più esser pertinenza del castrum Ottajani, e, inoltre, che i signori di quest’ultimo non potessero accampare alcun diritto sullo stesso. In relazione a tanto il sovrano osservava poi che Sancia vantava nei suoi confronti un credito di mille once « dicta Regina iugiter exibet in eo maxime quod uncias mille de sua propria pecunia ex ipsius caritatis instinctum quam praemissorum considerationis instinctum nobis ad presens gratiose obtulit in magnas quibus ab Guerre Sicilie negotia », ma che, in ogni caso, aveva accolto l’istanza (supplicatio) dalla stessa avanzata « de fonte pure liberalitatis et devotionis interne ».

50Con riferimento al monastero di S. Chiara Roberto precisava poi « quod monasterium ipsum opus est manuum nostrarum dicteque Regine », ribadendo che « declaramus quod pretextu presentium nemus nostrum Scifati commissum per nos custodie Ademaris Romani de Scalea militis vice ammirantis Regni Sicilie nullo modo tangit nec manus ad illud quomodolibet extendat ».

51Si precisavano poi i confini del nemus Silvae Malae :

52A pede juxta litus Mari partiva la via pubblica che divideva il territorio di Selva Mala dal bosco regio di Schifati (Scafati), giungendo fino alla porta della chiesa di S. Maria Annunciata, e fino al luogo detto Cerrus Domini Gentilis « ubi lapideus terminus affixus est ». La via proseguiva dividendo il bosco di Selva Mala dal territorio del principe di Taranto, giungendo davanti alla porta della chiesa di S. Maria ad Jacobum e proseguendo per il vallone detto la scartellata, e separava ancora il bosco di Selva Mala dal territorio del principe di Taranto. Raggiungeva quindi la chiesa di S. Maria de Paterisi ed il vallone di S. Maria della Spelonca, proseguendo fino alla località detta de Gavitis, e, di seguito, al luogo detto Rosa Marina, e poi a quello detto li grutti, « usque ad montem seu cucumen montis ubi dicitur lo Veise », ed al luogo chiamato la petra de lo Veise. La via quindi ridiscendeva al mare per un cursum chiamato Lave de lu Violo, che divideva Selva Mala dai territori Majoris Ecclesiae Neapolitanae, fino al luogo detto li pigni o recta linea, e, più oltre, continuava a dividere la Selva dai territori Majoris Ecclesiae Neapolitanae, fino alla località detta luincini, ed oltre di nuovo alla marina « usque ad viam ubi incipit ipsa divisio primi finis ».

53In chiusura dell’atto, definito da Roberto indultum nel senso più generico di concessione, il sovrano disponeva la redazione di due copie dello stesso, una munita di sigillo cereo, l’altra di bolla aurea, per Giovanni Grillo da Salerno, professore di diritto civile, vice protonotaro del Regno di Sicilia, il 18 marzo del 1337, nella VI indizione, il XXIX anno di regno.

54L’atto di Giovanna, che recava inserto il precedente, era invece dato per Ruggero Sanseverino, arcivescovo di Bari, logoteta e protonotaro del Regno di Sicilia, il 12 novembre del 1345, nella XIV indizione, il XIII anno di regno della sovrana (ma, in realtà, il III).

Notes go_to_top

1 Roma, Biblioteca Corsiniana, ms. Cors. 1385, fo. VI, già segnalato da Ludwig von Pastor nella Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters (1886-1933), e per la citazione : A. CARACCIOLO, Clemente XII, voce dell’Enciclopedia dei Papi, volume III (2000), consultabile all’indirizzo http://www.treccani.it/enciclopedia/clemente-xii_(Enciclopedia-dei-Papi)/ [10.7.2019].

2 A. CARACCIOLO, op. loc. ult. cit.

3 P. CASIMIRO DI S. MARIA MADDALENA, Cronica della provincia de’ Minori Osservanti Scalzi di S. Pietro d’Alcantara nel Regno di Napoli, In Napoli, per Stefano Abbate, 1729, tomo I, p. 488.

4 J.-P. BOYER, « Sancia par la grâce de Dieu reine de Jérusalem et de Sicile », Mélanges de l’École française de Rome-Moyen Âge, 129-2, 2017, numero monografico dedicato a Les princesses angevines. Femmes, identité et patrimoine dynastiques (Anjou, Hongrie, Italie méridionale, Provence, XIIIe-XVe siècle)- Varia-Atelier doctoral-Regards croisés, consultabile all’indirizzo https://journals.openedition.org/mefrm/3655 [10.7.2019] ; ID., Sancia di Maiorca, regina di Sicilia-Napoli, voce del Dizionario Biografico degli Italiani, volume 90 (2017), consultabile all’indirizzo http://www.treccani.it/enciclopedia/sancia-di-maiorca-regina-di-sicilia-napoli_%28Dizionario-Biografico%29/ [10.7.2019].

5 « Nos quondam Cardinalatus fulsimus honore, universus Ordo S. Clarae hujusmodi commissus fuit Protectioni primo dictum monasterium, illiusque Moniales, nec non illius, et illarum terras, quantum in nostris existit viribus tueri non destitimus, perpensisque earundem Monasterii Monialium laudabilibus virtutibus, illarum dilectio ita paternae charitatis visceribus adhaesit, ut ad summi Pontificatus apicem divina sic disponente clementia assumpti, protectionem praedictarum haud dimittere, sed illam prosequi in Domino voluerimus », dalla bolla Ex Clementi Sedis Apostolicae provisione (1732), come citata alla successiva nota 9.

6 F. CEVA GRIMALDI di PIETRACATELLA, Della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente : Memorie storiche, Napoli, Stamperia e calcografia vico freddo Pignasecca 15, 1857, pp. 189-192, accenna genericamente ad una bolla di Clemente XII del 1732, della quale riporta un reassunto in lingua italiana, senza indicazione della fonte, elencante, tra i privilegi concessi a S. Chiara, esenzioni di decime, collette ed altre prerogative concesse da Clemente VI, Niccolò IV e Niccolò V, Bonifacio VIII, Gregorio XI, Innocenzo VI, Giovanni XXII, Urbano III (ma IV, e in proposito cfr. la successiva nota 22) ; G. F. D’ANDREA, « Ciò che resta dell’antico archivio di Santa Chiara in Napoli», Archivum Franciscanum Historicum, 70, 1977, p. 128, nota 1, dov’è pubblicato uno stralcio della bolla in traduzione italiana, tratto dalle Memorie Istorico-cronologiche spettanti al Regio Monastero di S. Chiara di Napoli raccolte e scritte dal p. Serafino [Spinsanti] da Castel d’Emilio [†1854] ex provinciale dell’alma Riformata Provincia Picena, nell’anno 1850, conservato nella Biblioteca del convento di S. Chiara in Napoli, un altro esemplare è altresì conservato presso la Biblioteca storico-francescana della Chiesa Nuova ad Assisi.

7 Fu missionario in Cile (ID., Il Chilì nella guerra del Pacifico, Roma, Tip. Cuggiani, 1886), guardiano del convento maschile di S. Chiara dal 1898 al 1903, e scrisse, tra l’altro, un’importante monografia sull’insigne monumento : Un monumento di Sancia in Napoli : opera illustrata con rilievi e disegni originali del Bernich, Napoli, Società anonima cooperativa tipografica, 1901 ; dal 1903, fu vescovo di Alatri, e nel 1909 fu nominato vescovo titolare di Arethusa (in Siria), incarico cui, però, rinunciò, e, per la relativa bibliografia : http://www.catholic-hierarchy.org/bishop/bspila.html [10.7.2019] ; cfr. anche A. PISTOIA, Mons. Benedetto Spila O.F.M., già vescovo di Alatri, vescovo titulare di Aretusa, assistente al Soglio Pontificio : orazione funebre letta nei solenni funerali di trigesima celebrati nella chiesa di S. Francesco a Ripa in Roma il 25 ottobre 1928, Tivoli, Stab. Tip. Mantero, 1928 ; le sue fatiche non riscossero tuttavia particolari consensi presso i contemporanei, e cfr. DON FERRANTE (Benedetto Croce), « Santa Chiara », Napoli nobilissima, 11, 1902, p. 28, p. 30, cui fece seguito una lettera dello Spila dell’8 marzo 1902 pubblicata altresì su Napoli nobilissima, 11, 1902, pp. 46-47, con il titolo « Per Santa Chiara », e A. DE RINALDIS, Santa Chiara : il convento delle clarisse, il convento dei Minori, la chiesa, Napoli, G. Giannini, 1920, p. 244.

8 B. SPILA, Un monumento…, op. cit., pp. 220-225, quanto alla sua fonte precisa solo che « nell’archivio delle monache se ne conserva una Copia legalizzata sebbene con molte sgrammaticature e frasi spropositate per inesperienza del copista ».

9 Archivio di Stato di Napoli [d’ora in avanti ASNA], fondo Corporazioni Religiose soppresse [d’ora in avanti Corp. soppr.] già Monasteri soppressi, 2562, (antica segnatura : volume XXVII dello Badessato della Sig.ra Feliciana Filomarino) al fo 169r°, fascicolo di nn. 12 carte non numerate, tranne la prima ; altra copia in ASNA, Corp. soppr., 2702, ff. 197 r° ss. [prima numerazione], quest’ultima reca altresì una traduzione, parziale, in italiano della stessa bolla, con la data cronologica del 6 luglio 1732, menzionata come data di spedizione, laddove la datatio, riferita già dallo Spila, « tertio nonas iulii », indica invece il 5 luglio di quello stesso anno.

10 ASNA, Corp. soppr., 2562, alle ultime due pagine del fascicolo ; l’exequatur data al 27 agosto 1732 ed era conservato in una copia autentica nel volume XIV dell’archivio monasteriale ; tale copia era stata formata dal notaio Antonio Pisacane il 1° settembre del 1732, traendola dal Registrum Relationum esistente nell’Archivio del Cappellano maggiore del Regno, il notaio Gioacchino Servillo, pertanto, ne redasse ulteriore copia autentica sempre il 13 ottobre del 1734.

11 Quest’esenzione fu poi ulteriormente confermata da papa Pio VIII (1761-1830), con la bolla Perantiquum nobilissimumque del 17 settembre 1830, in Bullarii Romani continuatio, Summorum Pontificum Clementis XIII, Clementis XIV, Pii VI, Pii VII, Leonis XII et Pii VIII, R. Segreti (éd.), Romae, ex typographia Reverendae Camerae Apostolicae, 1856, tomo XVIII, continens pontificatus Pii VIII annum primum et secundum, pp. 140-141, doc. n. CXXIX, non registrata dallo Spila ; tale provvedimento è particolarmente interessante poiché riporta anzitutto la concessione originaria al tempo del pontificato di Giovanni XXII (1316-1334), e dunque, per quanto già osservato sopra nel testo, più specificamente agli anni tra il 1316 ed il 1324, citando poi una conferma, evidentemente successiva, di papa Clemente VI (1291-1352), altresì non meglio individuata.

12 « Dilectis in Christo filiabus abbatissae et sororibus monasterii sancti Corporis Christi Neapolitan. ad Romanam ecclesiam nullo medio pertinentis ordinis sanctae Clarae», L. WADDING, Annales minorum seu trium ordinum a S. Francisco institutorum, Ad Claras Aquas prope Florentiam, 1931-1932, vol. VII, p. 422, doc. n. XXVIII ; Bullarium Franciscanum, C. Eubel (éd.), Romae 1898-1904, vol. V, pp. 261-262, doc. n. 526.

13 Era nipote del più noto cardinale Giovanni Gaetano (Caetani) Orsini (†1335), appartenente al ramo napoletano dell’antica famiglia romana, B. BEATTIE, Angelus Pacis : The Legation of Cardinal Giovanni Gaetano Orsini, 1326-1334, Leiden-Boston, Brill, 2007, p. 62.

14 La bolla in questione dovrebbe essere identificata, tra le pergamene superstiti del monastero conservate presso l’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in quella esaminata e regestata da D. AMBRASI, « Il fondo pergamenaceo di S. Maria Egiziaca dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli », Campania Sacra, 28, 1997, p. 253, al n. 5, sotto la data del 26 novembre 1343 ; tuttavia lo SPILA, Un monumento…, op. cit., pp. 59-60, nota 1, che la trasse dall’archivio di quel monastero, ne trascrive un brano ove il pontefice, subito dopo aver concesso alle monache e al monastero la liberazione da ogni giurisdizione, dominio ed ordinaria potestà dell’arcivescovo di Napoli e del capitolo cattedrale, fa riferimento alle « Canonicae [canonissae ?, evidentemente regulares per quel che dopo precisa l’atto], seu sorores », precisando che le stesse dovevano « vivere secundum eiusdem beati Augustini regulam, castitatem, paupertatem, obedientiam, et praeter haec clausuram perpetuam promictere et expresse profiteri », la datatio, però, è : « Avinioni, quinto kalendas decembris, pontificatus nostro anno secundo, R. PASCHALIS », e, dunque, si tratterebbe del 27 novembre dello stesso anno ; la bolla clementina confermava evidentemente le lettere patenti dell’arcivescovo Giovanni Orsini (1327-1358) del 2 novembre del 1342, dirette a Sancia, con le quali veniva autorizzata l’installazione del monastero nelle case, fondaco e corte già di proprietà di Facio Bonifacio di Napoli, nella località di Campagnano, per accogliervi donne « iuxta sancti Augustini observancias regulares », stabilendosi altresì l’obbligo della costituzione della dotazione patrimoniale perché le sorores « possint congrue sustentari », l’estensione dei privilegi già concessi all’omologo monastero di S. Maria Maddalena in Napoli, ed, in particolare, l’esenzione dalla giurisdizione dell’arcivescovo e del capitolo cattedrale dietro il pagamento di una libbra di cera il giorno della festa di S. Maria Egiziaca, la tutela dei beni costituiti in dotazione pro substentatione, l’anatema a carico dei sottrattori ed usurpatori degli stessi, e, infine, la benedizione sui coadiutori, e cfr. in particolare per il provvedimento arcivescovile D. AMBRASI, Il fondo…, op. cit., p. 231, n. 2 (regesto) ; in appendice, pp. 253-256 (trascrizione) ; ID., La vita religiosa, in A. V., Storia di Napoli, Napoli, Società editrice Storia di Napoli, 1969, p. 505 e nota 21, p. 528 (riproduzione fotografica della pergamena) ; per la bolla pontificia, cfr. la successiva nota 47.

15 ASNA, Corp. soppr., 4421, fo 90r°, n. 2, reca notizia della “bolla” di conferma ad opera del capitolo cattedrale di Napoli, e dell’arcivescovo, in ordine alla fondazione del monastero, con particolare riguardo all’esenzione dalla giurisdizione arcivescovile, precisando l’onere di versare a titolo di censo una libbra di cera nel giorno della festa della Santa ; l’esenzione fu confermata con la bolla Animarum salutem di Clemente VI, del 21 novembre 1342, in L. WADDING, Annales minorum…, op. cit., vol. VII, pp. 600-601 ; sulle particolarità delle due fondazioni di S. Maria Maddalena e di S. Maria Egiziaca, e sulla sottoposizione delle mulieres penitentie alla regola agostiniana pure essendone stata attribuita la cura spirituale ai frati Minori, R. DI MEGLIO, Ordini mendicanti, monarchia e dinamiche politico-sociali nella Napoli dei secoli XIII-XV, Raleigh, Aonia Edizioni-Lulu.press, 2013, pp. 65-70.

16 Sulla questione delle spese si rinvia a M. GAGLIONE, Sulle spese per la costruzione e la dotazione del monastero di S. Chiara in Napoli, edizione telematica del settembre 2014 per academia.edu all’indirizzo: https://www.academia.edu/8349572/SULLE_SPESE_PER_LA_COSTRUZIONE_E_LA_DOTAZIONE_DEL_MONASTERO_DI_S._CHIARA_IN_NAPOLI [10.7.2019].

17 Su tutti questi monumenti e sepolture : L. ENDERLEIN, Die Grablegen des Hauses Anjou in Unteritalien. Totenkult und Monumente, 1266-1343, mit einem Quellenanhang, Worms am Rhein, Wernersche Verlagsgesellschaft, 1997 ; T. MICHALSKY, Memoria und Repräsentation : die Grabmäler des Königshauses Anjou in Italien, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2000 ; N. BOCK, Kunst am Hofe der Anjou-Durazzo : der Bildhauer Antonio Baboccio (1351-ca. 1423), München, Deutscher Verlag, 2001.

18 « Dictus Robertus rex plerasque licteras huiusmodi in publica forma reassumi easque sic reassumptas in ejus Regio Archivio registrari curaverat ab eodem » ; l’autentica redatta su disposizione di re Roberto il 6 aprile del 1342 riguardava quattro lettere patenti dei pontefici Niccolò IV, Bonifacio VIII, e Giovanni XXII, ed, in particolare : la Quanto studiosius di Niccolò IV, data ad Orvieto il 18 gennaio del 1291 ; la In sinu Sedis Apostolicae di Bonifacio VIII, data a Roma, in S. Pietro, il 5 aprile del 1298 ; la Laudabilis sacra religio dello stesso Bonifacio VIII, del 2 giugno, o del 4 luglio, del 1296, e la Sacra vestra religio, data ad Avignone il 14 ottobre del 1326, da Giovanni XXII, tutte aventi contenuto esentivo a favore dell’Ordine dei Minori e delle Clarisse, e cfr. M. GAGLIONE, Tra esenzioni ed immunità nelle bolle pontificie di S. Chiara e S. Maria Donnaregina a Napoli, in A. V., Ingenita curiositas. Studi sull’Italia medievale per Giovanni Vitolo, B. Figliuolo (éd.), R. Di Meglio (éd.), A. Ambrosio (éd.), Battipaglia, Laveglia Carlone, 2018, tomo III, pp. 1359-1368 ; trascrizione dell’atto di autentica alle pp. 1369-1372.

19 « Nos igitur charissimi in Christo filii nostri Alphonsi Aragonum regis illustris qui pro vobis [si rivolge alle monache e alla badessa] super hoc nobis humiliter supplicavit, ac vestris [si rivolge sempre alle monache e alla badessa] in hac parte supplicationibus inclinati » .

20 Monastero fondato nel 1333, o, secondo altre fonti, già nel 1322, da Arnaud Deuze (Duèse, D’Euse), visconte di Caraman (Carmaing), nipote ex fratre di papa Giovanni XXII, e da sua moglie Marguerite de l’Isle-en-Jourdain, A. RAMIÈRE DE FORTANIER, Les droits seigneuriaux dans la sénéchaussée et comté de Lauragais (1553-1789), Toulouse, Marqueste, 1932, p. 237 ; p. 257 ; i fondatori ottennero da papa Clemente VI la conversione della originaria regola benedettina in quella di S. Chiara in forza della bolla Circumspecta Sedis Apostolicae, del 26 aprile del 1345, in L. WADDING, Annales minorum…, op. cit., vol. VII, pp. 383-384 ; per la bolla in questione, datata però al 18 marzo dell’anno, cfr. anche J. BIAU, Les Clarisses du monastère de Notre-Dame des Anges Les Casses, in Société d’Histoire de Revel Saint-Ferréol, Les cahiers de l’Histoire, all’indirizzo : http://www.lauragais-patrimoine.fr/VILLES_ET_VILLAGES/LES-CASSES/LES-CLARISSES/LES-CLARISSES.html#NOTES ²[10.7.2019].

21 Per un errore di trascrizione la nostra copia ha In summa sedis apostolicae invece che In sinu Sedis Apostolicae, cfr. M. GAGLIONE, Tra esenzioni ed immunità…, op. cit., p. 1360 ; pp. 1370-1371.

22 Per un lapsus calami la copia fa riferimento ad una inesistente regola di Urbano III (1120 ca.-1187) ; sulla regola urbaniana : G. BARONE, La regola di Urbano IV, in Clara claris praeclara. L’esperienza cristiana e la memoria di Chiara d’Assisi in occasione del 750° anniversario della morte. Atti del Convegno Internazionale (Assisi, 20-22 novembre 2003), Assisi, Ed. Porziuncola, 2004, pp. 83-95.

23 Cfr. la precedente nota 18.

24 Con provvedimento del 2 giugno 1317, re Roberto dichiarò che le denominazioni Monastero del Santo Corpo di Cristo, di S. Chiara o dell’Ostia Santa, usate nelle donazioni e concessioni dovevano considerarsi del tutto equivalenti, e si riferivano sempre allo stesso monastero napoletano, M. CAMERA, Annali delle due Sicilie, Napoli, Stamperia e cartiere del Fibreno, 1860, vol. II, p. 194 ; B. SPILA, Un monumento…, op. cit., pp. 79-80 ; p. 264, n. 12.

25 « Omnes libertates, immunitates a predecessoribus nostris Romanis Pontificibus sive per privilegia sive alia indulgentias vobis et monasterio vestro concessas, necnon libertates, exemptiones secularium exactionum a regibus et principibus ac aliis christifidelibus rationabiliter vobis et monastero vestro indultis, sicut ea iusta et pacifice obtinentis nobis et per nos eidem monasterio auctoritate apostolica confirmamus et presentes scripti patrocinio communimus » .

26 « Assensus vobis quibus licet habere proprium conventum ex indulto Sedis Apostolice…indulgemus ut possessiones et alia bona mobilia et immobilia quae personas sororum et conversarum vestrarum ad monasterium vestrum relicta mundi vanitate convolantium ac professinem facentium in eadem si remansissent in secularium successione vel alio iuxto titulo contigisset et que ipse existentes in seculo potuissent habere, petere, recipere ac etiam retinere libere valeatis, sine juris preiudicio alienis institutionibus ac privilegiis apostolicis necnon statutis et consuetudinis dicti monasterii et Ordinis S. Clarae » .

27 Il 10 gennaio 1317 il papa concesse alle monache ed a tutti i visitatori della chiesa esterna le indulgenze già riconosciute all’Ordine dei frati Minori ed a quello delle Clarisse ; il 1° aprile del 1324 lo stesso pontefice concesse altresì l’estensione al monastero di S. Chiara di tutte le indulgenze godute dai frati Minori e dalle Clarisse, M. GAGLIONE, Dai primordi del francescanesimo femminile a Napoli fino agli statuti per il monastero di S. Chiara, in A. V., Committenza artistica, vita religiosa e progettualità politica nella Napoli di Roberto d’Angiò e Sancia di Maiorca. La chiesa di Santa Chiara. Atti del Convegno Internazionale di Studio, Napoli, 28-30 Aprile 2011, F. Aceto (éd.), S. D’Ovidio (éd.), E. Scirocco (éd.), Battipaglia, Laveglia-Carlone, 2014, p. 56 ; p. 85.

28 Oggetto dell’autentica robertina, cfr. la precedente nota 18.

29 Probabilmente, infatti, il nostro copista equivocò mal leggendo il riferimento contenuto nella datatio che non era alle idi ma alle calende di aprile, e cfr. la precedente nota 27.

30 « Ad praestationem decimarum de quibus cum possessionibus et aliis omnis bonibus vestris que in presentium habetis et iustis modis praestante Domino acquisiveritis in futurum vel ad contribuendum in procurationibus quorumlibet ordinariorum et etiam legatorum et nuntiorum sedis apostolice et quibuslibet aliis talliis et collectis et ad exhibendum pedagia thelonea et alias exactiones quibusvis regibus, principibus seu aliis personis secularibus minime teneamini nec ad id compelli aliquatenus teneatis » ; il primo provvedimento di esenzione adottato per il monastero da Giovanni XXII, su richiesta di Sancia, è da individuarsi comunque nella Laudabilis sacra religio, del 1° marzo del 1318, con il quale, in considerazione del voto di povertà volontaria emesso dalle monache, il pontefice esentava il monastero dall’obbligo di corresponsione delle decime sui beni presenti e futuri, e lo esonerava altresì dalle contribuzioni richieste da vescovi ed arcivescovi, legati e nunci della sede apostolica, oltre che da taglie, collette, pedaggi, telonii ed altre esazioni da parte di re, principi e secolari in genere, e cfr. M. GAGLIONE, Dai primordi…, op. cit., p. 58.

31 Più dettagliatamente veniva infine richiamato il decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 9 dicembre 1719 con il quale era stata concessa alla badessa ed alle monache del monastero la facoltà di ricevere la comunione dopo la messa della notte della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, nonché il provvedimento ritenuto di altro pontefice, ma, in realtà, anche in tal caso costituito da un decreto della Sacra Congregazione dei Riti emesso il 30 luglio 1669, che dichiarava festa di precetto quella di s. Chiara quale compatrona di Napoli, autorizzandone la solenne processione ; ed, ancora, la concessione, a beneficio delle monache inferme, della celebrazione della messa nell’altare dell’infermeria in occasione del Natale, della Pasqua, di Pentecoste, della festa del Corpus Domini, delle feste di s. Francesco, s. Chiara e s. Giuseppe, e di tutte le feste della Vergine, nonché, nell’altro altare della Vergine delle Grazie del Terzo Cielo, contiguo all’ambulacro dell’infermeria, nella sola festa della Visitazione della Vergine ; la bolla proseguiva confermando la disposizione per la quale il guardiano monasteriale doveva essere nominato dal pontefice, oppure dal cardinale protettore dell’Ordine, in tale ultimo caso, però, sempre previa approvazione apostolica, e non dunque dal Ministro generale ; doveva essere un frate Minore, ed aveva facoltà di governare gli altri Minori del convento, predicatori e confessori, perché celebrassero i divini uffici e somministrassero i sacramenti anche alle monache del monastero di S. Maria Maddalena ; al guardiano di S. Chiara era riservato altresì il governo dell’Ospizio di S. Angelo a Corbara, in diocesi di Pozzuoli, e gli era attribuita la facoltà di indire la Via Crucis con il beneficio delle indulgenze correlate ; il pontefice menzionava, infine, il divieto già stabilito di ammissione in monastero di nobili matrone vedove.

32 Cfr. la precedente nota 5.

33 M. GAGLIONE, Tra esenzioni ed immunità…, op. cit., pp. 1367-1368.

34 Come noto, le monache napoletane seguivano la regola approvata il 6 agosto del 1247 da papa Innocenzo IV (1243-1254), integrata dalle Ordinationes elaborate da Sancia nel 1321, M. GAGLIONE, « Sancia d’Aragona-Maiorca tra impegno di governo e « attivismo » francescano », Studi Storici, 4, 2008, pp. 937-950 ; ID., Dai primordi…, op. cit., pp. 59 ss.

35 M. GAGLIONE, Dai primordi…, op. cit., pp. 90 ss.

36 M. GAGLIONE, « Sancia di Maiorca e la dotazione del monastero di S. Chiara in Napoli nel 1342 », Rassegna storica salernitana, n. s. 27, 2010, pp. 149-158 ; per la trascrizione dell’atto, pp. 159-187.

37 Cfr. la precedente nota 30.

38 Cfr. ancora la precedente nota 30.

39 M. GAGLIONE, « Sancia d’Aragona-Majorca : da regina di Sicilia e Gerusalemme a monaca di Santa Croce », Archivio per la storia delle donne, 1, 2004, pp. 34 ss. ; pp. 39 ss. ; e per i peculiari rapporti patrimoniali con re Roberto, ibid., pp. 43 ss. ; come noto la documentazione napoletana pertinente è purtroppo tràdita solo da copie tarde per il perimento degli originali raccolti nel fondo Pergamene dei Monasteri soppressi, ad ogni modo, dall’esame dell’Inventario dello stesso fondo in ASNA, Museo, 99 C 19, I n. 1, risultavano : nel vol. 40, pergamena n. 3434, un istrumento della donazione di Sancia a favore del monastero di S. Chiara, rogato dal notaio Giacomo Quaranta il 16 ottobre 1342, XI indizione (questa pergamena è segnalata anche da B. CAPASSO, La Vicaria vecchia, Napoli, A. Berisio, 1981, rist. dell’ed. Napoli, Giannini e Figli, 1889, p. 114, nota 27) ; nel vol. 43 (anni 1351-1355), le pergamene nn. 3691 e 3721, relative alla donazione della Selva Mala ; nel vol. 51 (anno 1375), la pergamena n. 4440, riguardante S. Chiara, S. Maria Egiziaca e S. Maria Maddalena, senza ulteriori precisazioni ; nel vol. 34 (anni 1324-1326), la pergamena n. 2926, contenente una cedula di re Roberto del 10 aprile 1326 per l’investitura fatta a beneficio della regina Sancia di alcuni beni feudali di Tommasella di Sus, da eseguire però dopo la morte di Tommasella in restituzione della somma di annue once d’oro 200 dovute da Roberto a Sancia (cfr. in proposito anche la successiva nota 49) ; nel vol. 38 (anni 1335-1338), la pergamena n. 3186, un atto di vendita di Diodato di Giovanni Rubeo, procuratore di Sancia ; nel vol. 41 (anni 1343-1345), pergamena n. 3476, un mandato di Sancia a Giovanni d’Ariano, suo segretario ; nel vol. 49 (anni 1371-1372) la pergamena n. 4246, una procura di Sancia a Bernardo di S. Flaviano, suo rationale per il territorio di Bosco (da riferire alla Selva Mala) ; invece, dall’inventario delle Pergamene di curia ecclesiastica, in ASNA, Museo, 99 C 19, I n. 2, emerge, nel vol. 4, fo 203bis v°, una pergamena relativa con ogni evidenza alle disposizioni di Sancia a favore dei monasteri di S. Chiara, e, soprattutto, di S. Maria Egiziaca e S. Maria Maddalena, contenente una bolla di Clemente VI diretta all’arcivescovo di Napoli perché agisse contro tutti i detentori degli strumenti e di qualsivoglia scrittura delle disposizioni della regina Sancia ; peraltro proprio dal vol. 4, senza indicazione della pagina, appunto dello stesso fondo Pergamene di curia ecclesiastica, lo Schedario Baumgarten. Descrizione diplomatica di bolle e brevi originali da Innocenzo III a Pio IX, S. Pagano (éd), Città del Vaticano, presso l’Archivio Segreto Vaticano, 1983, vol. III, p. 290, scheda n. 5809, descrive la seguente bolla : « Clemens VI, 1344 decembris 14, ad perpetuam rei memoriam, Eximie devotionis sinceritas », data ad Avignone « 19 kal. jan. anno III », recante « in plica pro G. Orceti, P. Ricardi, sub plica M. Paschalis », e su quest’ultimo curiale, che appose verosimilmente la sua sottoscrizione anche all’atto menzionato alla precedente nota 14, A. MERCATI, Sussidi per la consultazione dell’Archivio Vaticano, a cura della direzione e degli archivisti, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, volume III, 1947, pp. 17, 28, 31 e 34 ; per il contenuto di quest’ultima bolla M. GAGLIONE, Sancia d’Aragona-Majorca…, op. cit., p. 41, nota 83 ; ID., Dai primordi…, op. cit., pp. 98-99.

40 Si tratta dei « Capitula ordinata per illustrem Jerusalem et Sicilie reginam, super conservatione et expensione pecunie quinque milium unciarum deputatarum per eam ad opus subscriptorum quinque monasteriorum, sitorum in Provincie, videlicet, monasterii Sancte Clare de Massilia, Sancte Clare de Arelate, Sancte Clare de Avenione, Sancte Clare de Manuascha, Sancte Clare de Sistarico », sui quali M. CLEAR, Piety and patronage in the Mediterranean : Sancia of Majorca (1286-1345) queen of Sicily, Provence and Jerusalem, (PhD), University of Sussex, 2000, pp. 363-364, n. 74 (15 dicembre 1339) ; pp. 365-367, n. 75 (15 dicembre 1339) ; e, soprattutto, pp. 370-371, n. 79 (30 luglio 1337) ; M. GAGLIONE, Dai primordi…, op. cit., pp. 101-106.

41 « Item, scribimus archiepiscopo Arelatensi, quod super emptionibus factis pro vestro monasterio de helemosina nostra vos habet commendatas, super non exibendis decimis de possessionibus ipsis », M. CLEAR, Piety…, op. cit., pp. 372-373, n. 80, dalla lettera di Sancia alla badessa, alle monache ed ai procuratori del monastero di Arles, dalla stessa nominati, del 27 gennaio del 1339, in copia del 22 aprile dello stesso anno.

42 M. GAGLIONE, Sancia d’Aragona-Majorca…, op. cit., p. 40, nota 77.

43 I beni oggetto dell’amministrazione erano : a) « civitates, terras, castra, villas, casalia et quaevis alia bona feudalia » ; b) « provisiones et stabilitiones annuas concessas super quibuscumque fiscalibus functionibus et juribus aliis » ; c) « possessiones, domos, viridaria et terras alias burgensaticas » presenti e future ; d) « bona mobilia seseque moventia » ; e) « actiones et jura quaecumque » .

44 Su questo personaggio si veda S. FODALE, Adenolfo Cumano, voce del Dizionario Biografico degli Italiani, volume 31 (1985), all’indirizzo http://www.treccani.it/enciclopedia/adenolfo-cumano_(Dizionario-Biografico)/ [10.7.2019].

45 Questi tre ultimi personaggi, nominati da Giovanna I appunto magistri rationales, erano stati destituiti dal cardinale Aimery, ma, su richiesta di Sancia, papa Clemente, lo stesso giorno del 14 dicembre del 1344, li reintegrò nell’incarico, É.-G. LÉONARD, Histoire de Jeanne Ire : reine de Naples, comtesse de Provence (1343-1382), Monaco-Paris, Imprimerie de Monaco-Librairie Auguste Picard, 1932, vol. I, p. 399.

46 Sull’atto M. GAGLIONE, Sancia d’Aragona-Majorca…, op. cit., p. 41.

47 É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., vol. I, p. 399, e note 1-9 ; tra queste, Léonard ne segnala una recante l’esenzione dalla giurisdizione arcivescovile dell’hôpital de Santa Maria, fondato da Sancia prima dell’ingresso nella religione e i cui lavori erano allora in corso, ma non è chiaro se si tratti di S. Maria Egiziaca o di S. Maria Maddalena ; sono invece note due bolle di Clemente per S. Maria Egiziaca, con la stessa data del 26 novembre 1343, in D. AMBRASI, Il fondo…, op. cit., p. 231, ai nn. 5 e 6, riguardanti, rispettivamente, l’approvazione della lettera di esenzione dalla giurisdizione arcivescovile emanata dell’arcivescovo di Napoli, Giovanni Orsini, il 2 novembre del 1342, pubblicata da D. AMBRASI, Il fondo…, op. cit., p. 253, al n. 2 (regesto) ; in appendice, pp. 253-256, (trascrizione) con espressa estensione del precedente privilegio concesso dall’arcivescovo e dal capitolo cattedrale a favore di S. Maria Maddalena, e, la seconda, con l’affidamento del monastero alle cure dell’arcivescovo o dei suoi procuratori ; cfr. comunque anche le precedenti note 14 e 15.

48 É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., p. 430, nota 4, dal Reg. Suppl. 7, fo 104v°, registro relativo al III anno di pontificato, ed, in particolare, al periodo tra ottobre 1344 e gennaio 1345 ; questa petitio fu esaminata dal cardinale de Clermont, Stefano Aubert (ca. 1282/1295-1362) futuro papa Innocenzo VI, e ricevette il fiat del pontefice regnante il 14 dicembre 1344 ; la supplica in questione è tutt’ora inedita, non è infatti registrata, per ragioni cronologiche, da T. GASPARINI LEPORACE, Le suppliche di Clemente VI, Roma, ISIME, 1948, vol. I, che raccoglie le suppliche presentate dal 19 maggio 1342 al 18 maggio 1343, e per ragioni geografiche da U. BERLIÈRE, Suppliques de Clément VI (1342-1352), Rome, Institut historique belge, 1906, che seleziona infatti le suppliche riguardanti il Belgio (diocesi di Bruxelles, Cambrai, Liegi, Thérouanne e Tournai).

49 La Selva Mala faceva appunto parte del feudo di Ottaviano che fu concesso al padre di Masella, Pietro di Sus (Souz, Suse, da La Suze-sur-Sarthe) ciambellano del re, e poi passò alla figlia, andata in sposa a Tommaso d’Aquino, figlio di Berardo, conte di Squillace ; il bosco era stato comunque già separatamente concesso da Pietro in subfeudo dietro il pagamento di un adohamentum di tre capponi l’anno, e per maggiori notizie sulla famiglia, S. F. BRIDGES, « Langue d’oïl to volgare siciliano : three followers of Charles of Anjou », Papers of the British School at Rome, 23, 1955, pp. 169-170, 172, 175-180.

50 Con atto del 15 dicembre 1334, B. SPILA, Un monumento…, op. cit., p. 270, n. 39 ; il 28 marzo del 1337, re Roberto ridusse in burgensatico il bosco di Selva Mala, già feudo della regina Sancia per sua concessione, perché la stessa lo donasse poi al monastero di S. Chiara ed agli altri dalla stessa fondati, B. SPILA, Un monumento…, op. cit., p. 271, n. 45 ; quest’ultimo atto fu riassunto in forma pubblica su disposizione della regina Giovanna I, a seguito della petitio delle monache della Maddalena, il 12 novembre 1345, B. SPILA, Un monumento…, op. cit., p. 278, nn. 71 e 72, ed, in appendice, il regesto n. 2, oltre che la successiva nota 52 ; probabilmente, peraltro, Sancia era stata designata da Roberto a ricevere i beni feudali di Masella almeno sin dal 1326, e cfr. la precedente nota 39.

51 Appartenente ad una antica famiglia napoletana di origine piacentina, giunta a Napoli nel 1239 al seguito di Federico II (1194-1250), e rientrante negli Aienti, secondo quartiere baronale del seggio di Capuana, C. TUTINI, Dell’origine e fundazion de seggi di Napoli, In Napoli, appresso il Beltrano, 1644, p. 115 ; V. DONNORSO, Memorie istoriche della fedelissima, ed antica città di Sorrento, in Napoli, nella stamperia di Domenico Roselli, 1740, p. 137.

52 Dall’instrumentum publicum iuxta tenores sedarum, notarum et prothocollorum redatto con licenza di re Ludovico e della regina Giovanna, ed avente appunto ad oggetto il precedente atto pubblico del 14 gennaio 1344, risulta che con quest’ultimo Sancia aveva assegnato un terzo del bosco di Selva Mala al monastero di S. Maria Maddalena, oltre la metà di alcune terre meglio specificate nel medesimo bosco, mentre l’altra metà di queste ultime era stata donata al monastero di S. Maria Egiziaca pro indiviso, precisandosi altresì che gli altri due terzi del bosco erano stati altresì rispettivamente concessi ai monasteri di S. Chiara e S. Maria Egiziaca con due altri atti pubblici per lo stesso notaio, ASNA, Corp. soppr., vol. 2555, ff. 1r°-33v° (dal quale è tratto il regesto) ; ASNA, Corp. soppr., vol. 4442, ff. 1-10 ; F. CEVA GRIMALDI di PIETRACATELLA, Della città di Napoli…, op. cit., p. 187 ; B. CAPASSO, Catalogo ragionato dei libri, registri e scritture esistenti nella sezione antica o prima dell’archivio municipale di Napoli (1387-1806) Napoli, Stabilimento tipografico del cav. Francesco Giannini, 1916, vol. III, 1, a cura di R. Parisi, pp. 42-43 ; B. SPILA, Un monumento…, op. cit., p. 276, n. 62, con la data errata, per refuso, del 22 giugno 1344.

53 La regina Giovanna, su richiesta del monastero di S. Maria Maddalena, fece ricercare nei regi registri il privilegio di re Roberto del 15 gennaio 1337 relativo alla riduzione in burgensatico delle terre ivi indicate per poterne consentire la donazione da parte di Sancia a quel monastero ed a quello di S. Chiara, e ne ordinò il riassunto, ASNA, Corp. soppr., vol. 2695, ff. 208r°-211r° ; B. SPILA, Un monumento…, op. cit., p. 278, n. 71-72 (con data errata del 1355) ; per la descrizione della Selva Mala : A. FENIELLO, Les Campagnes napolitaines à la fin du Moyen Âge. Mutations d’un paysage rural, Rome, École Française de Rome, 2005, p. 57, nota 19, p. 121, nota 16, sulla base di ASNA, Corp. soppr., vol. 2684, fo 74r°-v°, ff. 80 r° ss. ; ASNA, Corp. soppr., vol. 4421, ff. 41v° e ss. ; nonché per la toponomastica, l’inventario dei beni monasteriali del 1364 (cfr. la successiva nota 78), ibid., p. 246, n. 37 ; gli studi sulla toponomastica vesuviana, ed, in particolare, su quella dell’area della Selva Mala, sono numerosi, per i soli riferimenti alle chiese menzionate nell’atto regestato al n. 2, in appendice al presente saggio, si segnala anzitutto l’atto di permuta del 16 ottobre 1323, in copia del 1327, tra il miles Roberto Caracciolo Pisquizi, feudatario in capite di beni ad Aversa e sue pertinenze, e Paolo, abate dell’abbazia di S. Lorenzo ad septimum ad Aversa, menzionante appunto le chiese di S. Salvatore di Valle e relativo casale, S. Maria de Spelunca, S. Maria de Ortica poi S. Maria ad Iacobum, e di S. Maria Paterese, tutte « in monte Vesavo et in nemore Scafati », in L. PEPE, Memorie storiche dell'antica Valle di Pompei, Valle di Pompei, B. Longo, 1887, pp. 31-40 ; su S. Maria a spelea ovvero ad speluncam (sec. IX), S. Maria ad Jacobum, già denominata S. Maria de Ortica e, successivamente, S. Maria Salòme, e su S. Maria paterese, V. CIMMELLI, Boscoreale medioevale e moderna, Boscoreale, Centro Studi Archeologici, 1988, pp. 17, 44, 45, 50, 57, 59.

54 Le donazioni delle tre parti della Selva Mala ai tre monasteri napoletani furono formalizzate con distinti atti ricevuti tutti il 17 gennaio 1344 dal notaio Giovanni Carosello, per alcuni cenni, ASNA, Corp. soppr., vol. 2560, s. i. p., e cfr. anche la precedente nota 52 e l’appendice al presente saggio, regesto n. 1.

55 ASNA, Corp. soppr., vol. 4442, il primo atto ai ff. 1r°-19r°, il secondo ai ff. 20r°-59r° ; M. GAGLIONE, Sancia d’Aragona-Majorca…, cit., p. 40, nota 80 ; per il primo atto cfr. B. SPILA, Un monumento, op. cit., p. 276, doc. n. 62, sotto la data 14 gennaio 1344 ; è altresì da segnalare in ASNA, Corp. soppr., vol. 4445, fo 101r°, n. 13, la procura del 3 gennaio 1344 ricevuta dal notaio Antonio Giovanni Balsamo e rilasciata dalle monache all’abate Francesco de Arcellis perché prendesse possesso dei beni acquistati da Sancia tra il 1334 ed il 1337, con numerosi atti di compravendita indicati dettagliatamente ai ff. 71r°-73r° dello stesso fascio, e, sugli acquisti tra il dicembre 1336 e il 3 gennaio 1344, A. FENIELLO, Les Campagnes…, op. cit., p. 123.

56 M. GAGLIONE, Sancia d’Aragona-Majorca…, op. cit., p. 40, nota 81.

57 L’anonimo trascrittore della donazione in ASNA, Corp. soppr., 2684, ff. 1r°-32r°, travisò ampiamente alcune delle sottoscrizioni testimoniali apposte dalla donazione per S. Chiara del 1342, tra i testimoni, in ogni caso, vi erano molti personaggi che intervennero poi in altri atti voluti da Sancia, come indicato in seguito nel testo, ed, in particolare, Roberto de Poncy (Robertus miles et curie vicarie regens) ; Adenolfo Cumano (Adinolphus de Mignano de Neapoli iuris civilium professor) ; Guglielmo di S. Pietro de Randatio (Gentilis de Sancto Petro de Rondano), nonché Matteo della Porta e Bartolomeo de Bisento, e si veda M. GAGLIONE, Sancia di Maiorca e la dotazione…, op. cit., p. 187.

58 T. PÉCOUT, Guglielmo di Sabran, voce del Dizionario Biografico degli Italiani, volume 89 (2017), consultabile all’indirizzo : http://www.treccani.it/enciclopedia/guglielmo-di-sabran_(Dizionario-Biografico)/ [10.7.2019].

59 In ASNA, Cappellano maggiore. Processi di regio patronato, n. 1061-204, S. Maria Egiziaca, ai ff. 3r°-9r°, (copia del notaio Giuseppe Cantilena, sec. XVIII) ove l’autorizzazione arcivescovile è inserta ai ff. 4v°-8v° ; cfr. anche le precedenti note 14 e 47 ; D. AMBRASI, Il fondo…, op. cit., p. 231, n. 3, sotto la stessa data del 19 novembre 1342, regesta un atto evidentemente ben distinto con il quale la regina Sancia demandava agli esecutori testamentari l’esecuzione delle sue ultime disposizioni riguardati il monastero, ricevuto da Matteo di S. Giorgio, notaio apostolico e della regia camera, che rogò anche l’atto di autentica robertina, e cfr. M. GAGLIONE, Tra esenzioni…op. cit., p. 1361 ; p. 1372.

60 Il documento menziona un Johannes de Civitate Theatina che dovrebbe appunto identificarsi con Giovanni de Turre, giudice della Gran corte della Vicaria tra il 1325 e il 1326, sul quale cfr. G. RAVIZZA, Notizie biografiche che riguardano gli uomini illustri della città di Chieti, Napoli, da’ Torchi di Raffaele Miranda, 1830, pp. 128-129.

61 Come in precedenza più volte rilevato, invece, la bolla pontificia del 30 marzo 1346 accenna ad once d’oro : « pro eodem Mariae Magdalenae quinque millia et pro dicto Mariae Aegyptiache Monasteriis tria millia unciarum auri », e per ulteriori riferimenti cfr. le successive note 70 e 71.

62 Per un breve regesto D. AMBRASI, Il fondo…, op. cit., p. 231, n. 7 ; copia in ASNA, Cappellano maggiore. Processi di regio patronato, n. 1061-204, S. Maria Egiziaca, ai ff. 10r°-14v° (copia del notaio Giuseppe Cantilena, sec. XVIII).

63 « Et scribatur in una cedula quantitas pecunie que extrahetur, et pro qua emptione, et coram quibus et quo die ; et ipsa cedula sit sigillata sigillis predictorum abbatisse et guardiani, et trium vel duorum virorum ; que dicta cedula in cassia reponatur », e cfr. la precedente nota 40 ; per due esempi di cedulae relative ad estrazioni pecuniarie dall’arca riposta nel monastero di Marsiglia, del 18 maggio e del’11 giugno del 1340, M. CLEAR, Piety…, op. cit., p. 368, n. 76.

64 M. GAGLIONE, Dai primordi…, op. cit., pp. 99-101.

65 É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., vol. I, p. 430, nota 3, dai Registri angioini 345, ff. 168 v°, 177 v° ; e 347, fo 167v°, in ogni caso, non è allo stato meglio noto l’eventuale dettaglio dei beni.

66 « Attentis adversitatibus quibus rex ipse gravatur presenter », É.-G. LÉONARD, Histoire…, vol. I, op. cit., p. 431, nota 2

67 La revoca doveva avere ad oggetto concessioni, donazioni, infeudazioni di terre, ville, feudi, nonché privilegi, rendite e stipendi concessi ai grandi ufficiali del Regno, É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., vol. I, p. 431, nota 4.

68 Con bolla Paterna nos del 30 gennaio 1345, É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., vol. I, pp. 404-407 ; pp. 411-412 ; p. 431, nota 4 ; W. S. BADDELEY, Robert the Wise and his Heirs : 1278-1352, London, W. Heinemann, 1897, pp. 422-426 ; pp. 520-522 (per il testo della bolla) ; il provvedimento fu pubblicato nel Regno solo nel giugno-luglio dell’anno, sembra però, come si dirà nel testo, con incerti risultati.

69 É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., vol. I, pp. 423-424, ad esempio, il 23 maggio 1345, la giovane sovrana aveva infeudato Carlo d’Angiò-Durazzo del baliato e della forestaria di Bitonto già spettanti a Sancia per concessione fattale da re Roberto del 18 agosto 1318, in excambium dei castelli di San Severo, Torremaggiore, Sant’Andrea in Stagni e Boiano in Capitanata, come attestato dai Notamenta di Carlo de Lellis (primi decenni del sec. XVII-† prima del 1694), M. CLEAR, Piety…, op. cit., p. 57.

70 Per l’esame dei provvedimenti adottati dai pontefici al fine di porre freno alle violazioni : E.-G. LÉONARD, Histoire de Jeanne Ire, op. cit., p. 430, e note 1, 2, 3 ; M. GAGLIONE, « Quattro documenti per la storia di S. Chiara in Napoli», Archivio Storico per le Province Napoletane, 121, 2003, pp. 413 ss. ; ID., « La Domus eleemosynariae ad instar Pinhotae papalis, notizie su di una ignorata istituzione caritativa napoletana », Napoli Nobilissima, serie VI, 2, 2011, p. 253.

71 M. GAGLIONE, Quattro documenti…, op. cit., pp. 413-418.

72 « Die jovis XXVII ejusdem [mensis junii 1349], domina regina Johanna donavit ducatum Calabrie cum comitatibus et baroniis domino Ludoyco viro suo et omnes terras que fuerunt condam regine Sancie », É.-G. LÉONARD, Histoire…, op. cit., vol. II, p. 194, nota 1 ; Cronicon siculum incerti authoris in forma diary ex inedito codice ottoboniano vaticano cura et studio Josephi De Blasiis, ab anno 340 ad annum 1396, Neapoli, ex regio typographeo Francisci Giannini, 1887, p. 14.

73 « Ludovicus rex de Tarento est publicus persequtor Ordinis Sancti Francisci, mammonistarum amicus, sicut patet in prostratione sollempnissimi monasterii Sancte Clare de Neapoli, quod fere reduxit ad nichil, ubi morari consueverant CCC.te sorores et C fratres minores », e cfr. IOHANNES DE RUPESCISSA, Liber Ostensor quod adesse festinant tempora, edizione critica, A. Vauchez (dir.), C. Thévenaz Modestin (éd.), Roma, École Française de Rome, 2005, p. 164 ; E. CASTEEN, « Gilding the Lily : John of Rupescissa’s prophetic system and the decline of the Angevins of Naples », Mediaevalia, 36-37, 2015-2016, pp. 119-145.

74 M. GAGLIONE, Dai primordi…, op. cit., pp. 116-117.

75 M. GAGLIONE, Dai primordi…, op. cit., p. 117.

76 Si tratta delle bolle pontificie già esaminate nel precedente paragrafo 1. La bolla Ex Clementi Sedis (1732).

77 M. GAGLIONE, Quattro documenti, op. cit., p. 418, e nota 37.

78 ASNA, Corp. soppr., 4421, f° 1r° ss. ; estratti in B. D’ERRICO, Tra i Santi e la Maddalena. Note e documenti per la storia di Sant’Arpino, Sant’Arpino, Pro Loco, 1993, cap. II, s. i. p., da ASNA, Corp. soppr., 4422, ff. 20r°-59r° ; A. FENIELLO, Les Campagnes, op. cit., appendice B, pp. 235-246, da ASNA, Corp. soppr., 4421, ff. 4v°-45r° ; e per l’esame dell’atto, ibid., pp. 122 ss.



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Mario Gaglione, « Per il diplomatico angioino-pontificio di S. Chiara, di S. Maria Maddalena e di S. Maria Egiziaca in Napoli », Mémoire des princes angevins 2019, 12  | mis en ligne le 26/12/2019  | consulté le 28/02/2020  | URL : https://mpa.univ-st-etienne.fr:443/index.php?id=437.