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Maddalena Moglia,

Le parole della politica: fra Dante e gli Angiò.
Università degli Studi di Bergamo, journées d’études, 22 mai 2017

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01In apertura del pomeriggio di studi sul tema Le parole della politica: fra Dante e gli Angiò, Luca Carlo Rossi e Riccardo Rao hanno voluto dichiarare le ragioni di un seminario nato con lo scopo di mettere in dialogo tre temi - Dante, gli Angiò e i linguaggi politici - ciascuno dei quali è stato oggetto negli ultimi anni di una rinnovata fioritura di studi.

02L’Alighieri, che dopo il periodo fascista era scomparso dall’agenda dei medievisti, negli ultimi anni è tornato al centro della riflessione degli studiosi, anche grazie all’uscita di due numeri su rivista (Dante attraverso i documenti. I-II, a cura di Giuliano Milani e Antonio Montefusco, 2014-2017), che hanno raccolto una ricerca collettiva nata con l’obiettivo di inserire il poeta nel suo contesto storico e di studiarne la produzione mediante metodi e categorie propriamente storici e politico–istituzionali.

03Nel 2005, il convegno curato da Rinaldo Comba (Gli Angiò nell’Italia nord-occidentale. 1259-1382, 2006) ha invece dato nuovo impulso agli studi sugli angioini in Italia. Riprendendo e aggiornando, secondo le nuove prospettive storiografiche, l’importante lavoro di Gennaro Maria Monti (La dominazione angioina in Piemonte, 1930), gli studi coordinati da Comba hanno mostrato i diversi aspetti della presenza degli Angiò in Italia, analizzando l’inserimento della realtà italiana nel sistema monarchico angioino.

04Infine, nell’ultimo quindicennio si è assistito ad un crescente interesse della medievistica per i linguaggi politici, il cui studio offre nuove prospettive di analisi su una serie di testi (ad esempio quelli notarili e con un più forte accento politico e ideologico come le arringhe e gli statuti), mostrando la possibilità di osservare come il lessico utilizzato descriva e allo stesso tempo costruisca la realtà.

05Il seminario è stato inaugurato da Claudia Villa, che nella sua relazione (Il memoriale angioino e la storia di Roma) ha mostrato come, nel primo ventennio del Trecento, la questione linguistica rappresentasse un elemento centrale nel dibattito politico riguardante l’Impero. Da una parte, infatti, la riflessione esposta da Dante nel De vulgari eloquentia sui curiali, ossia su coloro che dovevano garantire la costruzione del volgare, denunciava la mancanza di una curia in Italia, fatto che dimostra la consapevole volontà dell’Alighieri di non considerare la presenza della curia degli Angiò. Al contrario, due documenti angioini (il memoriale del 1314 e una relazione del 1318) mostrano quali erano in quel momento le parole della politica degli Angiò e la loro consapevolezza linguistica. Infatti, nel memoriale del 1314, attraverso la ripresa di Sallustio, un autore caro all’ambiente guelfo, il problema della lingua era affrontato ricordando al pontefice la necessità di scegliere come imperatore un uomo non de lingua germana, ossia una lingua capace di generare persone acerbe e intrattabili, vicine alla ferocia barbarica. Allo stesso modo, nella relazione stesa nel 1318 da due ambasciatori di Giovanni XXII – i quali nel giugno del 1317 si trovarono a Verona dove era certamente presente Dante – si dichiarava che la pace in Italia sarebbe stata assicurata solo da un re che avesse parlato la lingua italica. La tematica della lingua era allora una questione importante, sulla quale la curia angioina era profondamente sensibile. La studiosa ha infine sottolineato come il netto ribaltamento che le parole della politica angioina trovavano nella Commedia dantesca (la diffidenza verso le monarchie su base territoriale ed ereditaria e la grande esaltazione dell’Impero) doveva apparire molto chiaro ai contemporanei: pur rimanendo la difficoltà di stabilire se alcune prese di posizioni di Dante precedano o seguano i testi angioini sopra analizzati, non è possibile dubitare di uno scambio bidirezionale, nel quale le parole della politica offrono un punto di vista unico per cogliere il clima politico di quegli anni.

06Per poter comprendere il dibattito trecentesco sulla sovranità, Jean-Paul Boyer (Teorici contro l’impero. I letterati angioini) si è soffermato sulla necessità di porre in dialogo il De monarchia di Dante con la teoria teocratica degli Angiò. Le argomentazioni elaborate alla corte di Napoli durante la lotta a Enrico VII e, successivamente, tra il 1332 e il 1334 hanno infatti lasciato una documentazione abbondante, in certi casi databile certamente prima del Monarchia dantesco.

07Il cuore delle divergenze tra le argomentazioni angioine e quelle di Dante ruotava attorno al problema del rapporto tra l’Impero e il diritto delle genti, la legge naturale e la conseguente pace. Se infatti nel libro II del De monarchia il poeta descriveva la rivolta contro l’Impero come una ribellione contro la giusta dominazione del popolo romano (garante del diritto delle genti), la trattazione angioina affermava, al contrario, l’incompatibilità tra Impero e legge naturale. La denuncia ai romani, che affondava le sue radici in Sant’Agostino, era stata già elaborata da Marino da Caramanico intorno al 1280 ma, quando l’Impero rinacque con Enrico VII, venne attualizzata dai trattatisti angioini che, sfruttando la tradizione antigermanica francese già introdotta nel regno da Carlo d’Angiò, tendevano a distaccare imperialismo e italianità. In particolare, vennero messe in discussione le argomentazioni che tradizionalmente legittimavano la sovranità imperiale: attraverso la banalizzazione del diritto romano (che diventava una mera consuetudine, perdendo così la sua esclusività), la confutazione della teoria che voleva l’Impero legittimato da Cristo stesso e la diffidenza verso il sistema dell’elezione del sovrano, ritenuto troppo precario, i trattatisti angioini mostrarono la superiorità del modello regale, individuando la monarchia ereditaria come regime ideale in quanto capace di garantire pace e concordia; infine, l’unità della società umana doveva essere costruita intorno al papa che tuttavia necessitava della figura del re: l’ideologia angioina si appropriava così della riflessione teocratica più radicale, non solo nella polemica e nella propaganda ma anche nella dottrina.

08Nel suo intervento su La ‘mala segnoria’ angioina (Par. VIII 73) e i suoi precedenti letterari, Paolo Borsa si è interrogato su come la letteratura duecentesca in volgare con a tema la signoria angioina abbia condizionato la visione di Dante, pur rimanendo quest’ultima profondamente legata al dibattito politico a lui contemporaneo. Partendo dall’analisi della ‘mala segnoria’ angioina presente nel canto VIII del Paradiso, Borsa ha osservato come le opposizioni tra avarizia e liberalità e tra Carlo d’Angiò e Pietro III siano collegabili a una serie di testi duecenteschi legati alla figura dello stesso Carlo I. In particolare, i temi presenti nella poesia provenzale in volgare di Bertran de Lamanon, dove Carlo veniva descritto attraverso le caratteristiche di mancanza di liberalità e uso smodato del diritto, passarono nella letteratura italiana e in quella catalana, dove erano ripresi gli stessi temi della rapacità, voracità e avarizia del sovrano angioino: possiamo così osservare la forte circolazione della poesia anti angioina nel mediterraneo occidentale, contrariamente a quella nata in ambiente fiorentino, favorevole a Carlo (la cui dominazione nel capoluogo toscano aveva portato armi, capitale e potere). In questo quadro emerge come in Dante permanga la rappresentazione che gli schieramenti opposti di angioini e aragonesi trovavano nella letteratura del Duecento, su cui egli stesso si era formato, che lo portarono a descrivere le figure dei sovrani angioini come organici alla monarchia capetingia e fautori dell’idea di un progetto di costruzione di un grande Impero nazionale francese. In questa prospettiva, il monito a Roberto d’Angiò acquisiva, pur attraverso il recupero di dibattiti duecenteschi, un forte valore nel contesto politico a lui contemporaneo.

09Infine, Benoît Grévin (Dictamen angioino e dantesco. Il discorso politico tra istituzione e individuo) ha indagato come la tradizione duecentesca dell’ars dictaminis fu ripresa e utilizzata dalla corte angioina e da Dante. Sulla cultura del dictamen, ancora molto forte negli anni Venti e Trenta del Trecento, pesava il modello meridionale, con la diffusione di epistolari (in particolare, quello imperiale di Pier delle Vigne e quelli di Tommaso da Capua e Riccardo da Corti per il papato) che costituivano il riassunto degli sforzi retorici degli anni 1210-30.

10Se la corte siciliana-sveva era stata uno dei maggiori fulcri dell’ars dictaminis (seguita da quella papale e da Bologna), con l’arrivo della dominazione angioina in Italia assistiamo ad un momento di rottura: infatti, dopo un primo periodo di decadenza (i dictatores del precedente dominio svevo erano in quel momento in esilio), l’ars dictaminis vide sotto i regni di Carlo II e Roberto una nuova fioritura, con la costruzione di modelli che, a differenza delle altre corti europee, si distaccavano dal retaggio siciliano, creando formule molto distanti dalla tradizione duecentesca e dalle riflessioni di Pier delle Vigne.

11Per quanto riguarda l’ars dictaminis nella prassi dantesca, Grévin ha proposto alcune prime riflessioni di una ricerca ancora in corso sui parallelismi tra le epistole di Dante e dei suoi contemporanei e le collezioni del XIII secolo, in circolazione durante la giovinezza del poeta.

12Nell’epistolario dantesco si può infatti osservare un uso consapevole dei modelli duecenteschi (attraverso la ripresa delle medesime transumptiones) ma allo stesso tempo l’utilizzo di variazioni che permettevano a Dante di distaccarsi dal modello mentale ormai consolidato tra i dettatori. Questo studio che, attraverso un data base comprendente oltre quattromila lettere, permette di individuare i paralleli sintagmatici in rapporto con la struttura ritmica, offre la possibilità di indagare l’ancora poco conosciuta cultura del dictamen trecentesco.



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Maddalena Moglia, « Le parole della politica: fra Dante e gli Angiò. », Mémoire des princes angevins 2013-2017, 10  | mis en ligne le 29/11/2017  | consulté le 19/06/2019  | URL : https://mpa.univ-st-etienne.fr:443/index.php?id=325.