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Antonio Tagliente,

Alcune note prosopografiche per lo studio delle famiglie principesche meridionali del secolo X : problemi e prospettive di ricerca

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01Gli studi sulle consorterie principesche e ducali dell’Italia meridionale dei secoli VIII-XI hanno mostrato, negli ultimi decenni, una rinnovata vitalità. Le molteplici prospettive dei contributi – dai lavori di Jean Marie Martin1 e Vera von Falkenhausen2 ai più recenti di Thierry Stasser3, Vito Loré4 e Aurelie Thomas5 – hanno permesso di indagare, con profitto, il ruolo rivestito da molti esponenti delle grandi famiglie aristocratiche nelle dinamiche sociali, religiose e politiche del Mezzogiorno, proponendo all’attenzione della comunità scientifica inedite chiavi di lettura.

02Questi studi, oltre a chiarire ruoli sociali e parentele delle élites meridionali altomedievali esemplificano il cospicuo lavoro esegetico e le numerose insidie distintivi della ricerca prosopografica. Le fonti del Mezzogiorno longobardo sono, infatti, svariate per tipologia, cronologia e finalità; conservano maggiori e minori errori, opinioni posteriori o manomissioni anonime, forniscono di frequente soltanto semplici allusioni alle figure del passato e, infine, non si mostrano mai prolisse sulle vicende biografiche dei tanti soggetti che ricordano. Senza contare, almeno per il Mezzogiorno, il magmatico contributo dei testi apocrifi portati in auge dai compendi eruditi di età moderna.

03Alla luce di un quadro così articolato e con lo scopo di presentare una selezione coerente circa le problematiche insite nel patrimonio di informazioni esistenti per l’indagine prosopografica del Meridione longobardo, si propongono in questa sede6 i profili di alcuni personaggi meridionali vissuti tra la fine del IX secolo e il successivo, legati per ragioni differenti alla famiglia dei principi di Capua e Benevento7.

1. Sadipertus (secc. IX-X)

04È conservata nel museo campano di Capua un’iscrizione su lastra di marmo datata agli ultimi decenni del secolo IX, la quale reca ben leggibile nel testo l’onomastico Sadipertus8. Il defunto destinatario del manufatto fu, con buona probabilità, un importante aristocratico longobardo vissuto al tempo di Atenolfo I (887-914)9. Il contesto capuano e l’altezza cronologia individuata dagli studi di settore consentono di connettere il nome riportato dalla lastra ad un personaggio citato da Erchemperto in una interessante sezione della sua Ystoriola.

05Il monaco cassinese, la voce più importante del IX secolo longobardo, riferisce con gran dettaglio delle molte politiche matrimoniali allora in progetto tra gli epigoni del conte di Capua Landolfo il Vecchio10 e le grandi famiglie aristocratiche campane. Al centro di una di queste unioni vi fu una sorella di Atenolfo, che andò in sposa a un personaggio di nome Sadi, ricordato dal testo per l’appunto come cognatus del futuro conte di Capua11.

06Il Vat. lat. 5001, la miscellanea di testi longobardi redatta in epoca angioina che ha trasmetto l’Ystoriola, non si mostra particolarmente affidabile nella trasmissione dei riferimenti onomastici12, né lascia pienamente intendere se il relitto onomastico Sadi, conservato nell’opera, sia un semplice diminutivo adoperato dal monaco del IX secolo o una contrazione dovuta ad una precisa scelta del copista del XIV. La radice onomastica sembra essere, comunque, poco diffusa nel contesto capuano e, almeno per il IX secolo, identificativa di uno specifico gruppo aristocratico. Questa situazione consente allora di proporre due letture, ovvero che il Sadipertus dell’epigrafe conservata a Capua sia effettivamente il Sadi citato da Erchemperto, o che l’aristocratico longobardo destinatario della lastra capuana sia un parente prossimo del personaggio ricordato dall’Ystoriola.

07Più remota, ma certamente non da scartare a priori, è la possibilità che il Sadipertus dell’epigrafe sia uno stolesayz vissuto qualche decennio dopo, ricordato nel Chronicon vulturnense13. Un funzionario con questo nome compare come mediatore in una disputa del luglio 949, discussa alla presenza del principe Landolfo II (939-961)14, tra l’abate di S. Vincenzo al Volturno Leone (944-957)15 e il vescovo di Benevento Giovanni II (929-953)16 per il possesso di S. Salvatore di Alife.

2. Imma comitissa (secc. IX-X)

08Emblematico è, per gli studi di prosopografia meridionale, quanto ci viene offerto dal profilo di una donna appartenente alla discendenza dei principi di Salerno della cosiddetta “prima dinastia”. La spoletina Itta, moglie di Guaimario I, diede alla luce la figlia che, alla fine del secolo IX, Atenolfo di Capua richiese in forma ufficiale al principe di Salerno. I coniugi salernitani rifiutarono l’alleanza perché proveniente da un lignaggio minore, quello dei conti di Capua, che si stava in quegli anni affermando nel contesto della Campania settentrionale tra non poche difficoltà17. Nel passo del Chronicon in cui l’Anonimo salernitano fa menzione della mancata alleanza, questa figura non è accompagnata dal nome ma da un generico filia Guaimarii, lacuna che ha concesso agli eruditi, dall’età moderna in poi, di concorrere per donarle, a turno, un nome attendibile. Ne è scaturito un errore di prospettiva onomastica assai grossolano, mantenutosi fino alle più recenti pubblicazioni in materia di prosopografia meridionale.

09Il bel volume pubblicato da T. Stasser sulle figure femminili delle famiglie meridionali dedica uno degli specchietti biografici più sintetici a una tale Emma figlia di Guaimario I18. Per il ritratto della donna longobarda lo studioso precisa subito i riferimenti bibliografici utilizzati, rinviando alle opere di B. Capasso e di A. Sanfelice di Monteforte. Il problema è, però, di ben altro spessore dal momento che i due studi, pienamente figli del loro tempo, non apportano in nota elementi chiarificatori e l’opera più importante del X secolo, il Chronicon dell’Anonimo, non restituisce il nome di questa fanciulla. La ricostruzione di un rapido percorso storiografico per questa figura femminile consente, ad ogni modo, di accorgersi che l’ambiguità onomastica fu generata da una serie di elucubrazioni erudite e dal non rispetto di una norma di redazione fondamentale, la citazione della fonte da cui si va a mutuare il dato che poi si propone al lettore.

10Tra il 1749 e il 1754 il canonico capuano Francesco Maria Pratilli (1689-1763)19 diede alle stampe una nuova versione della Historia Principum Langobardorum di Camillo Pellegrino, un letterato conterraneo di notevole acume vissuto nel XVII secolo, arricchendola di opuscula e dissertazioni di vario genere. Tra questa selva di annotazioni, in cui il Pratilli mantenne solo di rado un distacco tra le proprie suggestioni e le fonti da ripubblicare, l’intellettuale aggiunse un numero piuttosto elevato di contraffazioni, spinto dall’amor di fama20. Il Chronicon sacri Monasterii S. Trinitatis Cavensis per Petrum de Salerno meglio noto come Chronicon Cavense, la maggiore tra le sue creazioni, fu inserito nel volume IV e diviso dal falsario in sezioni; ricchissimo di notizie rare e ricercate presenta, per l’897, un richiamo diretto al matrimonio tra Landolfo I, figlio di Atenolfo di Capua, e Gemma, figlia di Atanasio II di Napoli, « quia nempe non potuit optinere a Guaimario Sekelgardam ejus filiam »21. L’inganno, complice la grande fiducia degli eruditi del Mezzogiorno verso la precedente edizione del Pellegrino, non fu individuato neppure dal più istruito cronografo meridionale del XVIII secolo, Alessandro di Meo, che inserì nei suoi Annali il nome artificioso della figlia di Guaimario I senza grosse difficoltà22, fungendo in maniera inconsapevole da straordinaria cassa di risonanza del falso.

11Il Chronicon Cavense fu definitivamente riconosciuto come falso soltanto nel 1847 grazie al lavoro di due filologi tedeschi, G. H. Pertz e R. Köpke23. Il dotto smascheramento non fu una parentesi isolata, ma si affiancò ad altri studi di settore volti ad individuare le pratiche di falsificazione dell’immaginifico Pratilli. Tra coloro che si cimentarono in questa impresa vi fu anche Bartolommeo Capasso, il quale riuscì a dimostrare la falsità di un’altra opera del canonico capuano24, i frammenti del Chronicon neapolitanum di Ubaldo, contenuto nel III volume della silloge del Pellegrino25. Proprio l’archivista napoletano, nel 1881, pubblicò il primo volume dei celebri Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia. In questo lavoro il Capasso presentò il breve Chronicon ducum et principum Beneventi, Salerni et Capuae, et ducum Neapolis, corredandolo di un commentario teso a spiegare, tra le altre cose, quali errori il Cronographus autore del testo avesse compiuto in merito alle datazioni dei governi dei singoli principi meridionali. In relazione agli anni di principato di Guaimario I il Capasso concluse la sua disamina sostenendo che il sovrano longobardo sposò « Iotam sive Idtam…ex quo Guaimarium II, Guidonem, Guaiferium et Immam comitissam habuit »26. Purtroppo, l’informazione relativa alla figlia del sovrano è palesemente scoperta, poiché essa non fu corredata nel testo dei Monumenta dal riferimento alla fonte utilizzata. A questa prima perplessità se ne aggiunge un’altra, ovvero il titolo estemporaneo di comitissa inserito a chiusura della trattazione sulla famiglia principesca salernitana. Questo perché, all’inizio del X secolo, il titolo comitale indicava delle funzioni abbastanza precise nel panorama salernitano e non aveva vissuto ancora né un’esplosione di attestazioni per ciò che concerne il numero, né una caratterizzazione onorifica in senso eminentemente familiare, tale da far migrare la dignità verso un personaggio femminile27. In terzo luogo, ciò che spiazza il lettore è l’indicazione del comitato solo per la donna, poiché il fratello Guido compare in più occasioni, nella documentazione salernitana, con il titolo di conte e tesoriere. Si tratta di un abbaglio del Capasso? È difficile stabilirlo.

12La discendenza proposta dall’archivista napoletano fu ripresa da Augusto Sanfelice di Monteforte nelle Ricerche storico-critico-genealogiche su i Longobardi dei principati di Benevento, Capua e Salerno, e data come certa alla metà del XX secolo28. Nell’albero genealogico della famiglia del principe Guaiferio figura Imma (Emma): il dato curioso di tutta la vicenda è che i tre riferimenti indicati dal diligente compilatore del Novecento per giustificare la presenza del nome tra la consorteria principesca sono il V volume degli Annali del Di Meo, dove la donna è chiamata Sekelgarda a causa della falsificazione pratilliana, la pagina dei Monumenta del Capasso in cui è indicata senza fonti a sostegno come Imma comitissa e, infine, il paragrafo 153 dell’Anonimo salernitano che racconta il rifiuto di Itta di concedere la filia Guaimarii a Landolfo I di Capua.

13È possibile concludere con buona pace di eruditi e falsari che lo stato lacunoso della documentazione a disposizione non consente, attualmente, di restituire alla figlia del principe Guaimario I un nome, a meno che non si indichino in maniera chiara i limiti di una scelta che apparirà forzata fino a quando non si rintraccerà la sconosciuta, ma forse inesistente, fonte utilizzata da Capasso.

3. Giovanni I di Montecassino (secc. IX-X)

14Nel corso del I libro dei Chronica monasterii Casinensis Leone Ostiense (I metà XI secolo-1115) sottolinea l’importanza rivestita da alcuni abati per la storia della comunità cassinese; tra questi il Cronista ricorda che ricoprì un ruolo tutt’affatto marginale Giovanni I. Le vicende dell’aristocratico longobardo occupano intensi passi dell’opera, in cui vengono presentate le scelte fatte in campo religioso e culturale da un monaco che Leone presentò intraprendente, di costumi morigerati e dotto nelle lettere. Le sue virtù non furono obnubilate dalla diretta ingerenza dei principi di Benevento e Capua – Landolfo I e Atenolfo II – nella nomina a rettore della comunità cassinese, maturata nell’autunno del 914 con un’elezione legittima e una ratifica papale, nel momento in cui si era creato nel cenobio un vuoto carismatico dopo la morte del precedente abate.

15Giovanni portò la comunità a Capua, di stanza a Teano dopo la distruzione di Montecassino dell’883, e supervisionò l’edificazione del complesso benedettino della città, in cui trovarono posto una chiesa, le strutture e i servizi per la vita monastica. Ciò permise alla popolazione del cenobio, secondo la testimonianza orgogliosa di Leone, di aumentare il proprio numero di ben cinquanta unità. La reggenza del monaco longobardo è presentata dalla cronaca come uno straordinario momento di ricchezza materiale e culturale per l’abbazia, un’immagine funzionale a mostrare il cambio di passo del monastero rispetto alla precarietà che aveva contraddistinto gli anni immediatamente precedenti. Le funzioni di Giovanni I assolvono nel testo cronachistico, in effetti, al ruolo di ricostruttore materiale e culturale del cenobio nella città dei principi capuani; a questi tratti “cittadini” si affiancano i non meno importanti propositi dell’abate di restituire una dimensione di rilievo al monastero oltre le mura capuane e di recuperare, o meglio ancora ricreare, un assetto patrimoniale cassinese29. Per ciò che concerne l’ambito culturale, la qualità raggiunta dal cenobio durante la sua reggenza è provata dai manoscritti prodotti all’inizio del secolo X nell’officina capuana30.

16Giovanni fu anche autore di qualche piccola scrittura31 e, probabilmente, l’ispiratore della Cronaca dei conti di Capua. Nicola Cilento, pienamente convinto di trovarsi di fronte ad un personaggio del lignaggio comitale capuano, ritenne l’opera una sua volontà, dal momento che « nessuno più di lui poteva essere interessato ai fasti della sua famiglia, tanto più che questa si era attribuita il vanto di proteggere i cassinesi »32. La presentazione degli eventi cittadini fu proposta attraverso la visuale ovattata del giovane cenobio cassinese di Capua, guidato proprio da uno degli “epigoni periferici” della casata, in sintonia con la politica accentratrice promossa dal gruppo vincente, a capo del quale si trovavano i figli di Atenolfo I. Un quadro che, tutto sommato, giustificherebbe il manifesto sostegno dei sovrani alla sua elezione mentre ricopriva l’ufficio dell’arcidiaconato in Capuana ecclesia ed il ruolo di ambasciatore dei principi longobardi a Costantinopoli, nel 91533. Questo abate così peculiare per natali, attività monastica e cultura, trovò la morte nel 934 a Capua e il suo corpo fu deposto nel cenobio benedettino che aveva contribuito a edificare e arricchire in maniera eccezionale34.

17Un grande dubbio permane, però, sul ramo effettivo della famiglia capuana dal quale sarebbe venuto al mondo l’abate cassinese. Leone Ostiense pone immediatamente in evidenza gli importanti natali di Giovanni – « nobilium Capuanorum ortus familia »35 – e lascia anche intendere la sua parentela con i sovrani allora regnanti, ma non ne ricorda l’ascendenza36. Detto ciò, terminano le certezze: l’insieme di informazioni che restituisce l’ambiente meridionale permette soltanto di leggere un percorso in chiaroscuro, ad ampie falcate, e di proporre qualche spunto di riflessione raccogliendo alcuni frustuli informativi in un paesaggio tristemente lacunoso.

18Varrà la pena, allora, riproporre tutti gli elementi utili alla definizione del profilo dell’abate cassinese, per poi connetterli al restante panorama documentario disponibile. Per l’abate Giovanni I è possibile riscontrare un tipo di onomastica non longobarda; l’origine dalla Capuanorum familia; il rapporto con l’ecclesia capuana; una decisa padronanza delle lettere e, infine, il ruolo di ambasciatore in una missione in terra greca, portata egregiamente a compimento.

19Innanzitutto, l’indicazione dell’ufficio dell’arcidiaconato in occasione dell’acquisizione della carica di abate nel 914, difficilmente ottenibile da una persona in giovanissima età, induce a ritenerlo della stessa generazione dei figli di Atenolfo I37. È assai probabile, inoltre, che ci si trovi di fronte ad un cugino più o meno prossimo di Landolfo I (901-943) e Atenolfo II. In terza battuta, va ricordato che il nome Giovanni è, nel contesto aristocratico campano della prima metà del X secolo, appannaggio quasi esclusivo delle famiglie dei ducati costieri, il che permette di volgere lo sguardo in direzione di quei discendenti di Landolfo il Vecchio che diedero vita, nella seconda metà del secolo IX, ad alleanze matrimoniali con i territori grecofoni della Campania.

20Tra costoro ci fu Landolfo di Suessola, figlio di Landone I (843-860) e cugino diretto di Atenolfo I, che inaugurò con le sue nozze la lunga stagione delle strategie matrimoniali tirreniche tra i Capuani e i Napoletani. La storia dell’aristocratico suessolano, l’unica che presenti qualche dato utile da cui trarre indicazioni, è intimamente connessa al centro costiero partenopeo e alla numerosa consorteria dei suoi rettori, il gruppo familiare campano culturalmente “più preparato” tra il tardo secolo IX e il X. Il Capuano sposò, infatti, una figlia del duca Sergio I (840-864), sorella di quattro importanti figure politiche e religiose del tempo: Gregorio III magister militum (865-870), Cesario capitano delle armate navali napoletane, Atanasio I vescovo di Napoli (850-872), Stefano vescovo di Sorrento38.

21Landolfo ebbe dalla moglie napoletana due uomini39 e, nell’887, egli era ancora vivo mentre il primogenito Landone, che si chiamava come il nonno paterno, era impegnato in un’ambasceria a Costantinopoli40. Le fonti meridionali non ci indicano alcun viaggio di un capuano presso la corte costantinopolitana prima di quello intrapreso nell’887 da questo Landone: nell’occasione costui fu probabilmente sostegno linguistico del principe di Salerno Guaimario I, fungendo in pratica da apripista nei rapporti tra il mondo capuano e la corte costantinopolitana. Seguiranno, all’inizio del X secolo, la spedizione per ragioni militari di Landolfo I e proprio la missione intrapresa da Giovanni I su richiesta dei principi longobardi. Resta, quindi, il dubbio sul valore da dare all’itinerario del 915: l’abate cassinese può essere stato scelto, in occasione dell’ambasciata, per il suo ruolo carismatico e non sarebbe un evento inusuale, o perché discendente di una famiglia grecofona già recatasi la generazione precedente presso la corte imperiale. È impossibile fornire delle risposte dal momento che risulta difficilissimo rintracciare elementi di continuità tra i due viaggi in terra greca dell’887 e del 915. Al netto delle poche notizie disponibili, si può soltanto dar conto di questa similare e ravvicinata esperienza costantinopolitana.

22Un altro spunto di riflessione è fornito dal richiamo delle fonti all’alto livello culturale di Giovanni I, che contraddistinse anche la famiglia napoletana del duca Sergio I. Il libello in defensionem episcopi redatto da Ausilio, intellettuale napoletano attivo tra la fine del secolo IX e l’inizio del X41, ricorda senza mezzi termini la dimensione culturale che caratterizzò i discendenti del gruppo ducale partenopeo e, in particolare, il vescovo Stefano di Sorrento, vissuto per alcuni anni in esilio a Capua: « Graeca Latinaque lingua tam in litteris quam etiam in communi locutione pollebat »42. Il presule aveva, secondo il racconto, dimestichezza con le lingue della scrittura e i linguaggi vernacolari utilizzati nelle due aree. La conoscenza del doppio idioma all’interno della famiglia si rivelava utile in molteplici situazioni, compresa la possibilità di fungere da ambasciatori e mediatori nel difficile panorama politico del Mezzogiorno altomedievale. Infatti, la stessa indicazione è riportata in un altro testo napoletano, la Vita S. Athanasii, che ricorda – a metà tra verità e topos – come il dottissimo e mirabile vescovo Atanasio avesse per fratello Gregorio « vir per omnia strenuus ut genitor et in graeca latinaquae lingua peritissimus »43.

23In via conclusiva, se si vuol cercare nel novero della consorteria capuana un contesto familiare idoneo alla figura di Giovanni I, bisogna tener conto innanzitutto della famiglia greco-longobarda di Landolfo di Suessola, pienamente consapevoli però del terreno friabile su cui si muove la ricerca, sospesa di continuo tra relitti documentari e suggestioni.

4. Gemma e Willa (secolo X)

24Qualche tempo dopo la morte del principe Landolfo II (939-961), all’erede Pandolfo I Capodiferro toccò l’onere di pianificare i matrimoni di due sorelle più giovani, Gemma e Willa44. La peculiarità delle vicende di queste due principesse longobarde risiede sostanzialmente nel fatto che entrambe si ritrovarono, complice l’immissione del fratello maggiore nei sistemi vassallatico-beneficiari del centro Italia, ad essere uno strumento politico assai efficace per connettere la famiglia capuana ai gruppi sociali più forti del Lazio e della Toscana, le aree da cui proviene la ridotta documentazione disponibile per ricostruirne i profili. Non fu, probabilmente, un comune disegno ottoniano a portare ai matrimoni delle due donne longobarde con personaggi dell’alta aristocrazia toscana, poiché la Tuscia si mostrava negli anni Sessanta del secolo X « una delle principali sacche di resistenza a Ottone »45, bensì l’idea da parte longobarda di costruire una politica matrimoniale che tenesse in conto anche strategie familiari differenti e « operazioni a lungo raggio »46.

25Entrando nel merito delle due unioni che si verificarono tra gli esponenti della famiglia capuana e dell’aristocrazia centroitalica, Gemma fu data in sposa a Cadolo conte di Pistoia-Lucca, attestato a partire dal 953 e già defunto nel 98247, personaggio dal quale prese il nome l’importante famiglia dei Cadolingi48. Dal matrimonio tra la donna longobarda e l’aristocratico toscano nacquero due figli, Willa e Lotario, menzionato col titolo comitale già a pochi anni dalla morte del padre49.

26La sorella Willa sposò, invece, Rodolfo II degli Aldobrandeschi50, dal quale ebbe tre figli: Ildebrando, Rainerio e Berta51. Nell’agosto del 988 la comitissa è presentata come vedova da una carta redatta in territorio di Volterra, nella quale compare in compagnia del primo figlio52. Nell’ottobre del 1007 entrambi risultano ancora in vita in un altro atto relativo al medesimo territorio53. Le grandissime difficoltà in cui si trovò la famiglia degli Aldobrandeschi tra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI furono superate grazie all’acume di questa donna longobarda, che riuscì anche a far sposare la figlia Berta, nel 1001, con un conte della famiglia dei Gherardeschi54. Tale fu l’eco delle sue capacità che, alla metà del secolo XI, Pier Damiani ne serbava ancora la memoria, rievocando in una lettera indirizzata a un vescovo il cattivo comportamento del temuto figlio Ildebrando de Capuana55. È interessante infine constatare, giacché non lo si è ancora fatto, come anche il Registrum Petri Diaconi conservi chiaro il ricordo di questa figura femminile, precipuamente in una chartula del 1123/112456. Nella circostanza Ildebrandus Tuscie Comes riconferma una consistente donazione effettuata dall’ava longobarda Wilia, indicata sia con il titolo di comitissa che non l’attributo, ormai divenuto identificativo nell’XI secolo, di Capuana57.

27In via conclusiva, è possibile fornire una rapida riflessione circa i profili proposti in questo contributo e, più in generale, sugli studi compiuti recentemente per l’ambito meridionale longobardo. Il metodo prosopografico è un criterio d’indagine fondamentale per ordinare i dati a disposizione dello storico, poiché è capace di restituire nessi inaspettati e di aprire interessanti piste di ricerca persino in contesti documentari assai complessi, come ad esempio il Mezzogiorno campano dei secoli IX e X. Prova di ciò è la qualità delle più recenti pubblicazioni. Tuttavia, sarà opportuno in futuro ridurre al minimo la fastidiosa presenza di errori prospettici e di informazioni spurie, dando una pacifica dimensione anche ai molti “spazi bianchi” esistenti, ovvero senza costringere le fonti a « dégager certains personnages de l’anonymat »58.

28Infine, gli studi prosopografici relativi al Mezzogiorno dovranno aprirsi con più coraggio alle fonti di area centro-settentrionale e grecofona, poiché esse offrono ancora notevoli spunti per comprendere, da differenti angolazioni, le dinamiche sociali, politiche e culturali altomedievali59. A questa – forse pleonastica – sollecitazione se ne affianca un’altra: non bisogna ritenere esaurito, in partenza, il contributo dell’edito, ma rivalutarne costantemente il contenuto in occasione della pubblicazione di fonti inedite e nuovi studi.

Notes go_to_top

1 In virtù dell’alto numero di contributi sull’argomento prodotti dallo studioso, tra i massimi esperti del Meridione altomedievale, mi limito soltanto a citarne alcuni tra i più significativi, rimandando ai riferimenti bibliografici ivi presenti: J.-M. MARTIN, « I musulmani come sfida per l'Italia meridionale bizantina e i ducati campani (IX - inizio X secolo) », Southern Italy as Contact Area and Border Region during the Early Middle Ages. Religious-Cultural Heterogeneity and Competing Powers in Local, Transregional und Universal Dimensions, K. Wolf – K. Herbers (dir.), Köln-Weimar-Wien, Bohlau Verlag, 2018 (Beihefte zum Archiv für Kulturgeschichte, 80), p. 165-183; Byzance et l'Italie Méridionale, Paris, ACHByz, 2014; Guerre, accords et frontières en Italie méridionale pendant le haut Moyen Âge: pacta de Liburia, divisio principatus Beneventani et autres actes, Roma, École française de Rome, 2005 (Sources et documents d'histoire du Moyen Âge, 7); La Pouille du VIe au XIIe siècle, Roma, École française de Rome, 1993 (Collection de l’École française de Rome, 179).

2 Come per la nota precedente, V. VON FALKENHAUSEN, « The Tyranny of Distance? Die byzantinischen Provinzen in Süditalien und Konstantinopel (7.-11. Jahrhundert) », Southern Italy as Contact Area and Border Region during the Early Middle Ages. Religious-Cultural Heterogeneity and Competing Powers in Local, Transregional und Universal Dimensions, K. Wolf – K. Herbers (dir.), Köln-Weimar-Wien, Bohlau Verlag, 2018 (Beihefte zum Archiv für Kulturgeschichte, 80), p. 185-228; « In Italia per la carriera. Funzionari e militari di origini orientali nell’Italia meridionale bizantina », Bisanzio e le periferie dell’impero. Atti del Convegno Internazionale (Catania, 26-28 novembre 2007), R. Gentile Messina (dir.), Acireale – Roma, Bonanno, 2011, p. 103-124; « Montecassino e Bisanzio dal IX al XII secolo », L’età dell’abate Desiderio, III/1: Storia, arte e cultura. Atti del IV Convegno di studi sul Medioevo meridionale (Montecassino-Cassino, 4-8 ottobre 1987), F. Avagliano – O. Pecere (dir.), Montecassino, Publ. Cassinesi, 1992 (Miscellanea Cassinese, 67), p. 69-107; La dominazione bizantina nell'Italia meridionale dal IX all’XI secolo, introduzione all’edizione italiana di C. Violante, Bari, Ecumenica editrice, 1978.

3 T. STASSER, Où sont les femmes? Prosopographie des femmes des familles princières et ducales en Italie meridionale depuis la chute du royaume lombard (774) jusqu’à l’installation des Normands (env. 1100), Oxford, Unit for Prosopographical Research Linacre College, 2008. Ma si veda anche « Les mariages des familles princières d'Italie du Sud (fin VIIIe - fin XIe siècles) », Les stratégies matrimoniales (IXe - XIIIe siècle), M. Aurell (dir.), Turnhout, Brepols, 2013 (Histoires de famille. La parenté au Moyen Âge, 14), p. 77-88.

4 Per il quale si vedano, almeno, V. LORÉ, « Genesi e forme di uno spazio politico: Capua nell’alto medioevo », Felix terra. Capua e la Terra di Lavoro in età longobarda. Atti del convegno internazionale (Capua-Caserta, 4 -7 giugno 2015), F. Marazzi (dir.), Cerro al Volturno (IS), Volturnia, 2017, p. 53-64; « Beni principeschi e partecipazione al potere nel Mezzogiorno longobardo », Italy, 888 - 962: a turning point = Italia, 888 - 962: una svolta, M. Valenti – C. Wickham (dir.), Turnhout, Brepols, 2014 (Seminari internazionali del Centro Interuniversitario per la Storia e l'Archeologia dell'Alto Medioevo, 4), p. 15-40; « La chiesa del principe. S. Massimo di Salerno nel quadro del Mezzogiorno longobardo », Ricerca come incontro: archeologi, paleografi e storici per Paolo Delogu, G. Barone – A. Esposito – C. Frova (dir.), Roma, Viella, 2013 (Studi del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni - Sapienza Università di Roma, 10), p. 103-124; Monasteri, principi, aristocrazie: la Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto (PG), Fondazione CISAM, 2008; « Conflitto familiare, dinastizzazione e costruzione di uno spazio istituzionale. Capua tra secolo IX e X », Lo spazio politico locale in età medievale, moderna e contemporanea: atti del convegno internazionale di studi (Alessandria, 26 - 27 novembre 2004), R. Bordone (dir.), Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2007, p. 51-58.

5 A. Thomas, Jeux lombards: alliances, parenté et politique en Italie méridionale du la fin du VIIIe siècle à la conquête normande, Roma, École française de Rome, 2016 (Collection de l'École française de Rome, 501).

6 Il presente lavoro è una versione ampliata ed aggiornata del contributo proposto in occasione di Usages et outils de la prosopographie au regard de l'histoire sociale et politique (VIIe-XVe siècles), atelier dottorale (programma Europange) svoltosi a Roma nei giorni 3-7 aprile 2017. Il contributo riprende marginalmente alcune osservazioni inserite nella mia tesi di dottorato Società, Poteri e dialettica di confine nella Langobardia meridionale (secolo X), anno accademico 2016-2017, discussa presso l’Università degli Studi di Salerno in data 04/07/17.

7 Per un quadro completo della genealogia dei principi di Benevento e Capua si rimanda a Thomas, Jeux lombards..., op. cit., p. 166, 209, 220, 259, 270.

8 L’epigrafe è edita in N. GRAY, « The Paleography of Latin Inscriptions in the Eighth, Ninth and Tenth Centuries in Italy », Papers of the British School of Rome, 16, 1948, p. 136, n. 132; P. RUGO, Le Iscrizioni dei sec. VI - VII - VIII esistenti in Italia, 4. I ducati di Spoleto e Benevento, Cittadella (PD), Bertoncello Artigrafiche, 1978, p. 84, n. 106; e citata da A. FRANCO, « Scrittura epigrafica e scrittura dei documenti nella Campania longobarda (Secc. VIII-XI) », Rassegna storica salernitana, NS 28/1 55, 2011, p. 29-31.

9 D. FERRAIUOLO, Tra canone e innovazione: lavorazione delle epigrafi nella Langobardia minor (secoli VIII-X), Borgo San Lorenzo (FI), All’insegna del giglio, 2013 (Contributi di archeologia medievale, 8), p. 88. Ma, dello stesso autore, si vedano anche « Scrittura esposta e spazio funerario. Il modello “vulturnense” nel quadro delle testimonianze epigrafiche di Terra di Lavoro (secoli VIII-IX) », Felix terra. Capua e la Terra di Lavoro in età longobarda. Atti del convegno internazionale (Capua-Caserta, 4 -7 giugno 2015), F. Marazzi (dir.), Cerro al Volturno (IS), Volturnia, 2017, p. 234-235; « VII. 10 Epigrafe funeraria di Sadipertus », Longobardi. Un popolo che cambia la storia, G. P. Brogiolo - F. Marazzi - C. Giostra (dir.), Milano, Skira, 2017, p. 136-137. Il testo dell’epigrafe recita […]r hic Sadipertus humatur que[…] / [… re]paravit et istum tegmin[…] / […]ul beat[i]ssime Petre ut sua laxen[…] / […]t produ[..] sic dicite fratres parce / D[omine …].

10 Sulla prosopografia della famiglia N. CILENTO, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli 19712.

11 ERCHEMPERTO, Piccola storia dei Longobardi di Benevento. Introduzione, edizione critica, traduzione, note e commento, L. A. Berto (éd.), Napoli, Liguori Editore, 2013 (Nuovo Medioevo, 94), 62, p. 183.

12 Per una puntuale descrizione del manoscritto si rimanda a W. POHL, Werkstätte der Erinnerung. Montecassino und die Gestaltung der langobardischen Vergangenheit, Wien-München, Oldenbourg, 2001, p. 14-76.

13 Chronicon vulturnense del monaco Giovanni, V. Federici (éd.), Roma, Istituto storico italiano, 1925 (Fonti per la storia d’Italia, 59), II, 96, p. 74.

14 Sul quale V. BEOLCHINI, « Landolfo », in Dizionario biografico degli Italiani, 63, 2004, p. 477-478.

15 F. MARAZZI, San Vincenzo al Volturno dal X al XII secolo. Le “molte vite” di un monastero fra poteri universali e trasformazioni geopolitiche del Mezzogiorno, Roma, Istituto storico italiano, 2011 (Fonti per la storia dell’Italia medievale – Subsidia, 10), p. 47-49.

16 Per la difficile cronologia di questo vescovo si vedano « Gli ‘Annales Beneventani’ », O. Bertolini (éd.), Bullettino dell’istituto storico italiano per il Medioevo, 42, 1923, p. 119-120; Chronicon Sanctae Sophiae (cod. Vat. Lat. 4939), J.-M. Martin (éd.), con uno studio sull’apparato decorativo di G. Orofino, Roma, Istituto storico italiano, 2000 (Fonti per la storia dell'Italia medievale. Rerum Italicarum scriptores, 3), p. 677; V. DE DONATO, Introduzione, in Le più antiche carte del capitolo di Benevento (668-1200), A. Ciaralli – V. de Donato – V. Matera (éd.), Roma, Istituto storico italiano, 2001 (Fonti per la storia dell’Italia medievale, Regesta Chartarum, 52), p. XXX.

17 Chronicon Salernitanum. A Critical Edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language, U. Westerbergh (éd.), Stockholm, Almqvist and Wiksell, 1956 (Studia Latina Stockholmiensia, 3), 153, p. 160.

18 T. STASSER, Où sont les femmes?..., op. cit., p. 388, n. 99.

19 M. G. MANSI, « Pratilli Francesco Maria », Dizionario biografico degli Italiani, 85, 2016, p. 477-478.

20 N. CILENTO, Italia meridionale…, op. cit., p. 36-51. Circa il contesto culturale mi permetto di rinviare a A. TAGLIENTE, « Princeps, dux et marchio. La fortuna letteraria di Pandolfo Capodiferro tra XVII e XVIII secolo », Felix terra. Capua e la Terra di Lavoro in età longobarda. Atti del convegno internazionale (Capua-Caserta, 4 -7 giugno 2015), F. Marazzi (dir.), Cerro al Volturno (IS), Volturnia, 2017, p. 177-194.

21 Chronicon sacri Monasterii S. Trinitatis Cavensis per Petrum de Salerno Cancellarium et Gibertum Archivarium collectum sub Petro Abbate eiusdem Monasterii (794-1085), inserito in Historia Principum Langobardorum, F. M. PRATILLI (éd.), IV, Neapoli, Ex typographia Johannis de Simone, 1753, p. 405.

22 A. DI MEO, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, Napoli, Stamperia Simoniana, 1800, V, p. 78.

23 G. H. PERTZ - R. KÖPKE, « Über das Chronicon Cavense und andere von Pratillo herausgegebene Quellenschriften », in Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, 9, 1847, p. 1-239.

24 La cronaca Napoletana di Ubaldo: edita dal Pratilli nel 1751, ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso da B. CAPASSO, Napoli, Stabilimento dell’antologia legale, 1855.

25 Chronici Neapolitani antehac numquam editi fragmenta (717-1027), inseriti in Historia Principum Langobardorum, F. M. PRATILLI (éd.), III, Neapoli, Ex typographia Johannis de Simone, 1751, p. 27-80.

26 B. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, Neapoli, Ex regio typographaeo equ. Francisci Giannini, 1881, I, p. 103. La recente ristampa, curata da R. Pilone (Salerno, Carlone, 2008, I, p. 154) non si sofferma sul problema.

27 Per un quadro puntuale si rinvia a V. LORÉ, « L’aristocrazia salernitana nel XI secolo », Salerno nel XII secolo. Istituzioni, Società, Cultura. Atti del Convegno Internazionale (Raito di Vietri sul Mare, 16-20 giugno 1999), P. DELOGU - P. PEDUTO (dir.), Salerno, Centro studi salernitani “R. Guariglia”, 2004, p. 65-68.

28 A. SANFELICE DI MONTEFORTE, Ricerche storico-critico-genealogiche (dal 798 al 1194) su i Longobardi dei principati di Benevento, Capua e Salerno, su i Franchi di Savoia, Lombardia, Spoleto e Salerno e su i Normanni de Francia, Italia meridionale e Sicilia, 2, Napoli, F. Giannini e figli, 1947, Tav. VII.

29 Die Chronik von Montecassino, H. HOFFMANN (éd.), in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, 34, Hannover, Impensis bibliopolii Hahniani, 1980, I, 53-54, p. 136-139.

30 F. ABBATE, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, I. Dai Longobardi agli Svevi, Roma, Donzelli, 1997, p. 50.

31 Epistola Leonis, in Die Chronik von Montecassino…, op. cit., p. 7; ma si vedano anche Petri Diaconi de viris illustribus Casinensibus opusculum, XV, col. 1024, e Petri Diaconi liber de ortu et obitu justorum coenobii Casinensis, col. 1102, entrambi in Patrologia Latina, J. P. MIGNE (éd.), 173, Lutetia Parisiorum, Apud J. P. Migne Editorem, 1854.

32 N. CILENTO, Italia meridionale…, op. cit., p. 289-290.

33 Le pergamene di Conversano I (901-1265), G. CONIGLIO (éd.), Bari, Società di storia patria per la Puglia, 1975 (Codice diplomatico pugliese, 20), 4, p. 8-10.

34 Die Chronik von Montecassino… op. cit., I, 54, p. 139.

35 Ibid., I, 53, p. 135.

36 È impossibile che il nostro Giovanni fosse un terzo figlio di Atenolfo I: la cronaca avrebbe indicato senza dubbio la discendenza principesca dell’abate e non soltanto il suo essere un “aristocratico del lignaggio capuano”.

37 T. STASSER, Où sont les femmes?..., op. cit., p. 362, n. 46.

38 Ibid., p. 458, n. 237.

39 Ibid., p. 357, n. 32.

40 ERCHEMPERTO, Piccola storia…, op. cit., 67, p. 189; Chronicon Salernitanum... op. cit., 138, p. 146.

41 O. CAPITANI, « Ausilio », Dizionario Biografico degli Italiani, 4, 1962, p. 597-600.

42 Libellus in Defensionem Stephani Episcopi et Praefatae Ordinationis, edito in E. DÜMMLER, Auxilius und Vulgarius. Quellen und Forschungen zur Geschichte des Papstthums im Anfange des 10. Jahrhunderts, Leipzig, Verlag von S. Hirzel, 1866, p. 96-100.

43 Vita et translatio S. Athanasii Neapolitani episcopi (BHL 735 e 737) sec. IX, A. Vuolo (éd.), Roma, Istituto storico italiano, 2001 (Fonti per la Storia dell’Italia medievale. Antiquitates, 16), p. 121.

44 N. CILENTO, Italia meridionale…, op. cit., p. 335 ha sostenuto che le due sorelle fossero figlie di Landolfo I. C. VIOLANTE, « Le strutture familiari, parentali e consortili delle aristocrazie in Toscana durante i secoli X-XII », I Ceti dirigenti in Toscana nell'età precomunale. Atti del 1° convegno (Firenze, 2 dicembre 1978), Pisa, Pacini, 1981 (Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana, 1), p. 39 ha creduto fossero nate, invece, da Landolfo III o di Landolfo IV. Più corretta sembra la proposta di T. STASSER, Où sont les femmes?... op. cit., p. 365-366 che vede nelle due donne parte della prole di Landolfo II.

45 S. M. COLLAVINI, "Honorabilis domus et spetiosissimus comitatus". Gli Aldobrandeschi da "conti" a "principi territoriali" (secoli IX-XIII), Pisa, ETS, 1998 (Studi Medioevali, 6), p. 79.

46 C. VIOLANTE, « Marchesi, conti e visconti tra circoscrizioni d'ufficio signorie e feudi nel regno italico (secc. IX-XII). Dal primo al secondo convegno di Pisa: 1983-1993 », Formazione e strutture dei ceti dominanti nel medioevo. Marchesi conti e visconti nel regno Italico (secc. IX-XII). Atti del secondo convegno di Pisa (3-4 dicembre 1993), Roma, Istituto storico italiano, 1996 (Nuovi studi storici, 39), p. 18.

47 M. E. CORTESE, L’aristocrazia toscana. Sette secoli (VI-XII), Spoleto (PG), Fondazione CISAM, 2017 (Istituzioni e società, 23), p. 249, nota 149.

48 R. PESCAGLINI MONTI, « I conti cadolingi », I Ceti dirigenti in Toscana nell'età precomunale. Atti del 1° convegno (Firenze, 2 dicembre 1978), Pisa, Pacini, 1981 (Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana, 1), p. 191-205.

49 T. STASSER, Où sont les femmes?..., op. cit., p. 365, n. 52.

50 G. ROSSETTI, « Gli Aldobrandeschi », I Ceti dirigenti in Toscana nell'età precomunale. Atti del 1° convegno (Firenze, 2 dicembre 1978), Pisa, Pacini, 1981 (Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana, 1), p. 158-159.

51 T. STASSER, Où sont les femmes?..., op. cit., p. 366, n. 53.

52 Regestum Senense. Regesten der Urkunden von Siena 1 (713-1235), F. Schneider (éd.), Rom, Istituto storico italiano, 1911 (Regesta Chartarum Italiae, 8), p. 7, n. 19.

53 Regestum Volaterranum. Regesten der Urkunden von Volterra (778-1303), F. Schneider (éd.), Rom, Istituto storico italiano, 1907 (Regesta Chartarum Italiae, 1), p. 38, n. 104.

54 Per questa famiglia M. L. CECCARELLI LEMUT, « I conti Gherardeschi », I Ceti dirigenti in Toscana nell'età precomunale. Atti del 1° convegno (Firenze, 2 dicembre 1978), Pisa, Pacini, 1981 (Comitato di studi sulla storia dei ceti dirigenti in Toscana, 1), p. 165-190.

55 Sancti Petri Damiani Opera Omnia, in Patrologia Latina, J. P. Migne (éd.), 144, Lutetia Parisiorum, Apud J.-P. Migne Editorem, 1853, IV, 7, col. 306.

56 Registrum Petri Diaconi (Montecassino, Archivio dell’Abbazia, Reg. 3), J.-M. Martin – E. Cuozzo – L. Feller – G. Orofino – A. Thomas – M. Villani (éd.), Roma, Istituto storico italiano, 2015 (Fonti per la Storia dell’Italia medievale. Antiquitates, 45 = Sources et documents publiés par l’École française de Rome, 4), p. 1633, n. 599. Cf. H. BLOCH, Montecassino in the middle Ages, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1986, II, p. 813, n. 225.

57 G. ROSSETTI, Gli Aldobrandeschi… op. cit., p. 163.

58 T. STASSER, Où sont les femmes?... op. cit., p. 2.

59 In questo senso, un contributo utilissimo – benché non esente da errori – è M. MANINI, Liber de Caerimoniis aulae byzantine: prosopografia e sepolture imperiali, Spoleto (PG), Fondazione CISAM, 2009.



go_to_top L'auteur

Antonio  Tagliente

Docteur en Histoire médiévale

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Antonio Tagliente, « Alcune note prosopografiche per lo studio delle famiglie principesche meridionali del secolo X : problemi e prospettive di ricerca », Mémoire des princes angevins 2018, 11  | mis en ligne le 27/12/2018  | consulté le 18/11/2019  | URL : https://mpa.univ-st-etienne.fr:443/index.php?id=430.